mer

18

apr

2018

La lampara:memoria viva di una tradizione dei pescatori Cilentani

Alessandro Giordano - Chi Sono!

Questa è la storia di  gente  che vissero nei borghi marinari e nei piccoli villaggi a ridosso della nostra costa, intimamente legata al mare. Tra l’altro,  un mare che è sempre stato (sicuramente fino ad un trentennio fa)  molto pescoso perché i fondali, ricchi di vita, hanno sempre attirato una gran quantità di pesci.  La prima volta che sono andato a pescare (ero piccolo, partecipavo come  spettatore)  è stato con una lampara, non di pescatori di professione, ma di un mio zio, la sua famiglia ha sempre avuto una barca in legno con remi e senza motore, con la quale si usciva, nelle sere profumate d'estate (erano gli anni '70), sopratutto a caccia di  polpi.

La pesca con la lampara é sempre stata un’attività  tradizionale dei  Cilentani  che  ha avuto fine, solo in anni recenti , quando sono cambiate le condizioni generali in cui si e' sempre svolta , come la minor redditività  legata alla diminuzione del pescato . 

La Lampara era un disegno preciso e ordinato, i pescatori , dei semplici artisti che ricamavano la loro arte,  quella nobile arte che ha nutrito il territorio per tanti anni portando sana competizione e lavoro.  Semplice ma allo stesso tempo complicata, la lampara richiedeva l’aiuto da diverse generazioni, dai nonni ai nipoti.  

 

 

Ed era lui, papà, nonno, zio, il timoniere,  era il più saggio, sapeva bene dove andare come se i pesci lo stessero già aspettando, questo mi narrava un ormai anziano pescatore del luogo.  Mi dice:  “ Si calavano le reti e si accendeva l’enorme faro.  L’attesa era snervante ma pian piano l’acqua iniziava a ribollire. Migliaia di sagome scure iniziavano a girare intorno al cono di luce,  pesci  grandi, piccoli.  La trappola riusciva sempre, li si accerchiava con altre reti e con un lavoro di squadra si tiravano su.”

“Era finita la prima parte del lavoro” – continua -  “e  si faceva  rotta verso il porto, ma la nottata  non era finita ”, -  sul molo del piccolo, allora, porticciolo trovavano le mogli o i figli più piccoli che ritiravano la prima pesca;  uno sguardo e un po’ di cibo, poi via di nuovo in mare e  le lampade si riaccendevano. Qualcuno, nei periodi più freschi, tendeva le mani sotto di esse per riscaldarsi. Qualcuno riempiva lo stomaco con del pane vecchio e duro, qualcuno sonnecchiava coprendosi con vecchie stoffe.  Ed era a notte fonda che si incrociavano le prime imbarcazioni di ritorno.

“C’ era tanto di quel pesce da poterne regalarne qualcuno ad amici e parenti.”  Nelle loro facce stanche e segnate dal sonno si leggeva la soddisfazione e l'orgoglio di così tanta pesca

Un lavoro di squadra che riusciva a tener uniti i pescatori.  Il viso dei più anziani si intristisce,  quando si parla della Lampara - “Bei Tempi” quando il mare era un mondo innocente, nessun motoscafo sfrecciante e pochi pescatori d’occasione. E poi,  la legge, a volte troppo fiscale, che ha “smantellato” le Lampare,  per dar privilegio a moto d’acqua e ai criminali del mare.

Qualcuno vede qualche lampara oggi?  Si qualche lucina nella notte buia dei mari Cilentani, ancora si vede, ma mi dicono: “ appartengono a persone senza ritegno che fanno incetta di qualsiasi cosa che il mare gli offre senza tener conto dei periodi e delle indicazione che la natura detta o son diventate delle attrazioni per i turisti che vogliono vivere l’ebbrezza della pescata notturna”.   Il nostro mare,  è  affidato  al consumismo, fra yacht, gommoni e puzza di nafta. Le nostre tradizioni calpestate per un po’ di denaro.  Era bello vedere da lontano quelle  stelle luminose  che solcavano le acque scure , sembravano raggomitolarsi ben strette  pur di non sentire la gelida brezza notturna. 

 

 

Ormai, sono pochi e sfiancati dalle tante restrizioni i pescatori che seguitano nello svolgere questo millenario mestiere ,  il pesce c’è, anche di ottima qualità vista la limpidezza del nostro mare, ma ormai,  in Italia,  viene importato da tutto il mondo, in particolare dai paesi del Nord Africa: Marocco, Libia, Tunisia, dove si può pescare senza restrizioni grandi quantitativi che poi vengono piazzati con facilità nelle pescherie italiane, a prezzi più bassi rispetto a quelli chiesti dal pescatore locale. Per rimanere sul mercato quest’ultimo è quindi costretto ad abbassare il prezzo. In questo modo,  vivere di pesca diventa un’odissea.  Mi vengono in mente i volti dei pescatori che ho conosciuto.  

Ho come l’impressione di aver parlato con dei preziosissimi custodi di un mestiere millenario, un  mestiere, quello della pesca tradizionale, che funziona l’estate e che presto potrebbe ridursi solo a quel periodo come mera  attrazione turistica.

Forse converrebbe a tutti;  i “forestieri” restano affascinati e i pescatori ricevono una boccata di ossigeno. Ma quando l’estate finisce  e si presenta l’inverno, a  i nostri pescatori non resta che stringere i denti e portare avanti il loro antico lavoro, o quel che ne rimane.


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gio

01

mar

2018

Chi sono e cosa resta delle Confraternite del Cilento antico

Da piccolo e fino all’età adolescenziale, ho avuto il privilegio di vestire la tonaca della Confraternita del SS. Rosario del mio paese, poi i tempi sono cambiati e la voglia di partecipare a questo Sacro rito della settimana Santa si è affievolito, per svariate ragioni che non vado a raccontare, il discorso è un po’ lungo ed in alcuni passaggi tedioso…ma tant’è, quindi non voglio annoiarvi. 

Ma chi sono oggi le Confraternite Laico-Religiose, ma soprattutto cosa sono state e cio' che resta? Quelle attuali ebbero, origine nel Medioevo in risposta al bisogno di pace e misericordia, in un’epoca di grande instabilità. La carità e l’assistenza sono sempre stati un obbligo per i cattolici e nelle Confraternite  dove, il precetto, veniva e viene adempiuto in modo associativo. Essi pregavano per i vivi e per i morti ed esercitavano opere buone per la salvezza delle anime proprie e di quelle dei confratelli, onde ottenere presso Dio, la remissione dei peccati. Nel corso del XIII secolo si diffusero rapidamente nella penisola, con il favore della chiesa. Tra queste associazioni laicali ve ne erano alcune, dette dei Disciplinati (presenti in Cilento), Flagellanti o Battuti, che praticavano l’autoflagellazione.

Le prime apparizioni in pubblico dei Disciplinati di Gesù Cristo si fanno risalire all’incirca al 1260, allorché il perugino Raniero Fasani, vestito di sacco e cinto di fune, scuoteva le coscienze con l’esempio e la predicazione. Il suo esempio venne imitato e si estese dal contado perugino alla valle di Spoleto, e da Genova dilagò in Provenza, quindi in Germania, e dal Friuli in Austria. Invece, non è certa la causa che spinse i confratelli del Cilento Antico ad uniformarsi ed a svolgere questa cerimonia unica, in scala territoriale. Gli anni napoleonici,  portarono poi a una sorta di incameramento alle funzioni statali di tutte le confraternite che gestivano assistenza ed elemosine con redditi propri e la conservazione delle sole funzioni di preghiera. I Dizionari religiosi descrivono le Confraternite come “società, e adunanza di persone divote stabilite in alcune chiese, o oratorii, per celebrare alcuni esercizi di religione, e di pietà, o per onorare particolarmente un mistero, od un santo, non che per esercitare uffici caritatevoli” e il Codice del Diritto Canonico in vigore la regola come “un’associazione pubblica di fedeli della Chiesa Cattolica che ha come scopo peculiare e caratterizzante l’incremento del culto pubblico, oltreché, beninteso, l’esercizio di opere di carità, di penitenza, di catechesi non disgiunta dalla cultura“.

Numerose norme di origine ecclesiastiche, ma anche statali, ne hanno regolato e uniformato negli anni le forme organizzative e le scopo. Anche le stesse mutate sensibilità religiose succedute nei secoli, come l’esaurimento della pratica della penitenza e della flagellazione, portarono dopo il Concilio di Trento (1545-1563) ad un atteggiamento più religioso e spirituale.

Oggi, il rituale delle Confraternite laicali, ormai conformatosi al solo periodo della Settimana Santa, offre allo spettatore un’alchimia di misticismo cristiano e preghiera contemplativa, oltre all’ incontro tra due o più comunità che raramente in altre occasioni potrebbero convenire così numerose. Ma come sono, oggi, organizzate le Confraternite.

Ognuna di esse presenta, un titolo preciso, con dedica a un Santo o a un Mistero di fede; – uno scopo definito da perseguire; – uno statuto proprio che regola i rapporti interni tra i suoi iscritti; – un particolare abito, detto, a seconda delle regioni, “sacco”, “cappa”, “veste”, ecc., di forgia e colore ben definiti, spesso diversi per i confratelli e consorelle; – una regolare organizzazione.

Essa viene eretta con apposito decreto dell’autorità ecclesiastica competente (Pontefice, Conferenza Episcopale o Vescovo). La sede di una Confraternita è di norma un oratorio proprio, oppure un altare della chiesa parrocchiale o di altra chiesa (santuario, convento, ecc.) della località dove la Confraternita opera.

La cosa che più colpisce nelle manifestazioni pubbliche della Confraternita è il vestito che indossa il confratello, spesso una larga tunica o tonaca che ricorda lo spirito di mortificazione e di riparazione delle prime forme di associazionismo confraternale che manifestavano pubblicamente l’espiazione per i peccati del mondo e la pacificazione sociale e che usavano indossare rozze tuniche di lino o di juta o  spesso di un vero e proprio sacco forato calato sulla testa e legato ai fianchi. Con l’istituzionalizzazione della struttura, l’abito confraternale divenne un elemento distintivo della Confraternita. I richiami simbolici sono molto evidenti: l’abito indossato dai Confratelli, detto anche càmice, come quello del Cilento Antico,  richiama la tunica indossata da Gesù nella Sua Passione Redentrice; la cappa delle Consorelle richiama invece la veste della Madre di Gesù nel giorno della flagellazione del figlio. Altro elemento decorativo è,  il cingolo di corda per cingere i fianchi, una sorta di richiamo alle funi con cui fu legato nostro Signore, corda con dei nodi, in genere di numero dispari, che ricordano i momenti della Passione.

Su ogni cappa c’è, sul lato del cuore un distintivo, detto “impronta“, con l’effigie o lo stemma del Santo o Mistero titolare della Confraternita, a volte sostituito da un’effige portata su un collare o un medaglione al petto, il mantello (ridotto a mantellina, la mozzetta) richiamo a quello delle tonache (ma, per altro verso, anche alla “cappa magna” di un dignitario non religioso); lo stemma (il “signum”, ossia il sigillo) o un lungo bastone che un tempo, insieme al cingolo, era simbolo di umiltà e penitenza; in alcune, lo portano solo il priore, i confratelli che ricoprono cariche e i più anziani.

Ma i colori sono l’elemento più distintivo in assoluto, ricordando che:

– il bianco richiama il colore delle prime cappe indossate dai Flagellanti medievali, così furono e sono confezionate le cappe della maggior parte delle Confraternite;

– il rosso  indica l’effusione dello Spirito Santo ed il fuoco della carità che deve infiammare il cuore di chi é iscritto a questa associazione nell’esercitarne lo scopo: la glorificazione della Trinità attraverso l’azione di liberazione del prossimo dalle emarginazioni e dalle schiavitù. Il rosso è il simbolo assoluto della la divinità;

– il marrone ed il giallognolo richiamano rispettivamente la tonaca o il mantello dei religiosi dell’Ordine Carmelitano e indica una Confraternita della Madonna del Carmine; 

– l’azzurro é il colore mariano per eccellenza: é il colore del cielo, prefigura la Gloria Eterna in cui é già stata assunta la Madonna.

– il nero, il colore simbolico della terra, da cui ha principio la vita, alla quale poi si torna con la morte, é adottato, per questi motivi, dalle Confraternite dette della Buona Morte,  come quelle di Valle e di Ostigliano che, oltre al gonfalone nero, recano anche una croce nuda, cui sono inchiodati i simboli della Passione: la lancia con la spugna, la scala, il gallo, il sudario, il sole e la luna; simboli che sono anche magnificamente scolpiti in stucchi policromi a sommità dell'altare della confraternita di Valle nella chiesa di Santa Maria delle Valletelle.

Ma oltre al momento di alta sacralità rappresentato dal “viaggio” delle Confraternite nei giorni della flagellazione di nostro Signore cosa resta?

Diciamo che il suo uso resta ed è strettamente legato alla religiosità di fondo della comunità. La presenza di un forte spirito di devozione, permette ad alcune Confraternite di avvicinare agli scopi associativi, ragazzi e giovanissimi, mentre in alcune comunità tale condizione avviene sulla base di un più banale conformismo. Molte confraternite vanno esaurendo gli iscritti per l’affievolirsi del sentimento religioso nelle nuove generazioni, proprio perché l’esternazione dell’associazione è spesso di sola preghiera o di cura dei luoghi di culto. Una forza maggiore conservano le Confraternite che preservano anche un piccolo scopo utilitaristico come la costruzione di loculi cimiteriali o l’assorbimento delle spese del funerale dei propri iscritti.

Nell’arco di pochi decenni si è passati da una condizione in cui il membro della comunità doveva giustificare la mancata iscrizione alla Confraternita locale, ai giorni d’oggi, dove un ragazzo che accetta la vestizione, appare agli occhi dei coetanei un non emancipato da una tradizione religiosa. Non posso, infine, citare l’uso e l’abuso della Confraternita, anche per la promozione turistica negli eventi rituali della settimana Santa, promossi da molti, per valorizzare le tradizioni locali solo a fini turistici, diciamo per trasformare la giornata in una scampagnata fuori porta,  millantando un finto senso di compartecipazione religiosa, ovvero la negazione stessa dei valori di semplicità e umiltà alla base della Confraternita di qualunque appartenenza.

 

Alcune notizie sono tratte da: "Cronache Cilentane" anno 1989, Centro di Promozione Culturale per il Cilento - Prof. Amedeo La Greca e  Dino Baldi.


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lun

12

feb

2018

"Tata" dal dialetto del Cilento

Sostantivo maschile del dialetto Cilentano che sta per "padre". Si tratta di termine che - almeno col significato di "padre" - ormai volge all'estinzione nell'uso parlato nel Cilento, come anche in tutto il Meridione e nel Napoletano nel quale pure si riscontra con lo stesso significato (ad esempio, Edmondo De Amicis dà atto del suo uso in un passo del libro "Cuore" laddove si legge " ... aveva mandato a Napoli il figliuolo maggiore, con qualche soldo, ad assistere suo padre, il suo «tata», come là si dice", e anche Silvio Pellico ne fa un abbondante uso nei dialoghi in lingua trasteverina in "Francesca da Rimini"). 

Interrogando gli anziani si ha conferma del suo uso anche nelle nostre zone.

Sul significato di "tàta" nella parlata dei Cilentani si soffermò Federico Piantieri nel suo opuscolo a stampa "Del Cilento e del suo dialetto.

Lettera di Federico Piantieri ad Ernesto Palumbo", pubblicato nel 1870, segno che evidentemente la parola era ancora molto usata in Cilento a quel tempo. Per quanto il citato opuscolo del Piantieri non avesse una pretesa di rigore scientifico, tuttavia proclamava l'importanza del dialetto come sintesi di depositi secolari nelle cui profondità si sarebbero potute dragare tracce di esodi, di popoli e di loro stanziamenti su un territorio, fino a giungere persino a rilevare etimi comuni a popoli lontanissimi.

Secondo il Piantieri "tata" è "una voce popolare che ha il suo riscontro in una parola slava che significa padre ed in un'altra ebraica che val generatore.". Tuttavia sarebbe stato improbabile che i due etimi fossero comuni vista la lontananza tra le due lingue. Infatti, scrive Piantieri: ".. i nostri popolani non l'hanno certamente pigliata né dagli Slavi né dagli Ebrei, perché è voce primitiva de' bimbi, i quali o cominciano a snodar la lingua col monosillabo pa, onde papà, oma, onde mamma, o ta, onde tata.". In questa origine naturale starebbe la fonte della parola come l'hanno usata anche nel dialetto del Cilento: "E' la natura della gorga umana che simile in tutti gli uomini forma parole simili in tutt'i popoli del mondo."


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