Cilento Reporter - Accademia della Vrenna

Nel territorio del Cilento, oltre ai meravigliosi panorami ed ai cibi gustosi, sempre più gente sta imparando ad apprezzare un altro importantissimo bene culturale: il dialetto.

L'Accademia della Vrenna (Vrenna in dialetto cilentano è la crusca), animata  da Pasquale Feo , è una lodevole iniziativa volta a salvarlo ed a tramandare ai posteri  queste espressioni ereditate da millenni di storia.

La prima operazione mentale da fare nel rapportarsi al dialetto è questa: rendersi conto di come esso sia un prezioso bene culturale. 

In un’epoca in cui giustamente si è riconosciuto il valore dei beni paesaggistici, monumentali e ambientali che si cerca di tutelarli nel modo più incisivo possibile, è necessario che lo stesso avvenga per il nostro dialetto.

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mer

06

dic

2017

Auceddià nel dialetto del Cilento

Verbo del dialetto Cilentano che pare non avere un omologo nella lingua italiana, almeno nel significato con cui lo si intende nella parlata cilentana. La traduzione letterale in lingua italiana dovrebbe restituirci la parola "uccellare" che, però, corrisponde a tutt'altra definizione nel vocabolario della lingua italiana.

Nel nostro dialetto l' "aucceddiàre" ha, invece, una sua accezione specifica comunque legata al sostantivo "aucièddo", ossia uccello.

Esprime la condotta o l'azione di chi vaga senza meta, va avanti e indietro senza un programma, gironzola spensierato e scriteriato.

È termine che associa ad un comportamento il volteggio degli uccelli nel cielo prendendo spunto dalle loro parabole imprevedibili.

 

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"Cagliendà"

Verbo del dialetto cilentano che, nella forma dell'infinito presente, sta per "riscaldare", usato, però, nella forma riflessiva: "me cagliendo", "te cagliendi", "se caglienda", ecc., qui resi nella forma dell'indicativo presente. 

Esiste anche la forma sostantivata "cagliendàta". 

Nella parola si libra una carica evocativa ed emozionale in cui il suono stesso della parola pare azionare di per sé una suggestione immediata di calore cordiale ed amico, se non proprio domestico di focolare. Con questa sua portata, la parola dialettale "cagliendà" assume un significato cerebrale capace di associarsi d'istinto alla memoria stessa del calore ritrovato. Questa portata, diciamo, calorifica contenuta nella parola dialettale prescinde dal suo etimo o da articolazioni semantiche più o meno erudite. La parola pare restituirci un suo senso profondo ed ancestrale qual è nell'uso diretto e parlato. 

Nell'articolazione e modulazione della gamma di significati che, con le varie sfumature, si rinviene nel verbo "cagliendà", o meglio nel verbo "se cagliendà" (per rimanere fedeli alla forma riflessiva che è quella usata), trapela il richiamo ad un caldo naturale, primitivo, soprattutto a quello generato dal fuoco di legna o dalla "fòcara". 

In questo spettro di significati è possibile scorgere anche una componente di soccorso in un contesto climatico cruento per gelo o per tormenta: "ne truvàmmo nnànti a' u cunvènto re Sànto Francìsco sotta Rocca, se chiatràva manco li cani, trasèmmo ìnda nu casarièddo ddà bbicìno, 'na tavèrna, e nnànti lu ffuòco ne cagliendàmmo ngràzia re Dio e re li Santi".

Questa sfumatura di soccorso, di rimedio, nella parola "cagliendà" si intravede anche nella descrizione che il geologo Cosimo De Giorgi riporta in "Viaggio nel Cilento" (recentemente riedito da Giuseppe Galzerano). In particolare, nella pagina 198 dedicata alla escursione sul Monte della Stella, il nostro viaggiatore e la sua comitiva, dopo aver saggiato sul volto un vento così violento da costringerli a raggiungere carponi la vetta del monte ed un freddo così intenso che li aveva "stecchiti", accesero finalmente un gran fuoco nella cappella del Monte dedicata a Santa Maria della Stella: «Poi ci raggiunsero alcuni contadini ai quali non parve vero di trovar lassù un bel fuoco e di "piglià na ncaglientata" siccome dicevano nel loro dialetto». 

 


Il percorso etimologico della parola sembra richiamare, di primo acchitto, lo spagnolo "calentar" che, a sua volta, s'immerge in una origine dal latino "calère" dal quale è derivato anche "calòrem". In latino "calère" sta per "sentire calore", "essere riscaldato", "acceso". La stessa radice "kal" si ritrova anche nel greco. Ad esempio nel greco antico si riscontrano "kelòo" e nel greco dorico "kalòo" che stanno per "abbrucio". Nel greco dorico, ancora, vi è "kàleos", ossia "ardente", "bruciante". Nel greco antico vi è anche il sostantivo "kàlon" che sta per "legno da bruciare". Il "calère" della lingua italiana (quello che Leopardi usa nel verso "non ti cal d'allegria"), e che pare diretta derivazione del "calère" latino, contiene un significato di "calore" nel senso di "prendere calore per qualcosa", ossia "aver cura di ... ", o "curarsi di qualcosa o di qualcuno". 

Se ne può dedurre, quindi, come il nostro "se caglièndà" richiami ad un riscaldarsi derivante direttamente dal legno e dal fuoco, e come la parola contenga il mistero di una radice comune a più lingue nelle quali si è articolato e modificato.

"Aventà"

Verbo del dialetto cilentano nella forma dell'infinito presente. Il termine in lingua italiana che più s'avvicina al suo significato potrebbe essere "adocchiare", "prendere di mira", "subodorare", ma prediligendo la definizione di "guardare cosa o persona con desiderio" (come si legge nel Vocabolario Treccani alla voce "adocchiare": "un ladro ..., aocchiando quelle gioie, disegnò rubarmele (Cellini)". 

Nell'uso parlato indica proprio l'azione di chi programmi, silenziosamente e in modo più o meno clandestino, un assedio verso una preda o un bottino o verso qualsiasi utilità o vantaggio perlopiù materiale. Nella sfumatura del significato - oltre al desiderio - vi è anche una componente di furbizia da parte di un soggetto agente che vede e scorge come propizia una preda o un bottino che si prospettano facili o a portata di mano. Colui che "avènta" qualcosa, non dice, non confida, persegue in perfetta solitudine il suo obiettivo, coltiva una situazione favorevole, resta furbamente in una zona di prossimità con l'obiettivo, capace anche di attendere anni prima di sferrare l'atto finale. La persona che ha "aventàto" molte volte è consapevole che l'obiettivo preso di mira non avrebbe nemmeno bisogno di una complessa o intricata azione positiva di manovra perché la manovra potrebbe essere l'attesa stessa, di per sé omissiva, oppure essere contenuta in quella pazienza nel rimanere in una condizione di prossimità con l'obiettivo adocchiato. L'azione dell' "aventà" è quella data dall'occhio del gatto che dalla sedia si affacci all'orlo del tavolo e miri silente un boccone di carne macinata lasciato improvvidamente incustodito. Parimenti "u petuòso (faina) avènta le gaddìne". Nella descrizione di situazioni e contesti umani la parola ricorre in espressioni del tipo: "Me lu vuò mparà a mè à 'u nepòte re zi Nicola: facìa squàsi sùlo pecchè avìa aventàto a pensione r'u nonno ca re mullàva cient'euro ogni bbòta ca se ìa a pavà a' la posta". 

Può essere utilizzato anche per descrivere un contesto di rapporti in cui un soggetto abbia scoperto o comunque scorto una falla o un lato debole nell'indole di un vicino, parente, amico o comunque persona prossima, e da questa debolezza si sia determinato a ricavare un beneficio di qualsiasi tipo, magari perseguito con artifici adulatori o profittando di una attitudine dell'altro ad essere plagiato: "L'avìa aventàto ca èra nu puparuòlo ra capo 'mpère e chiàno chiàno re futtètte tutto ra sotta, puro la casa se facètte 'ntestà". 

Per quanto riguarda l'etimo della parola si può azzardare una derivazione dal greco antico "augàzo" (αυγάζω) che significa proprio "adocchio", "miro", "scorgo" (dovremmo, però, ritenere che la "u" diventi "v" e la "γ" ceda per elisione). Altrettanto percorribile è una derivazione dallo spagnolo "aventar" che sta per "dirigere aria verso una cosa", definizione - questa - che si sposa con il "mirare inespresso" evidenziabile nella parola dialettale.

"cippappà"

Sostantivo maschile singolare del dialetto cilentano. Non ha un omologo nell'italiano. E' un neologismo adoperato per indicare uno speciale veicolo agricolo a quattro ruote, alimentato a benzina agricola, nella doppia versione - con cabina o senza - e cassone retrostante. 

L'uso e la diffusione di questo termine segnano il definitivo abbandono di un'agricoltura praticata con l'utilizzo dei tradizionali mezzi animali quali l'asino e il mulo. per il trasporto dei prodotti della terra. Tuttavia, per quanto il "cippappà" abbia sostituito l'utilizzo arcaico dei mezzi animali, pare non abbia completamente seppellito i modi, i tempi e le cadenze di una cultura della lentezza. Lento il contadino faceva ritorno a casa all'imbrunire accanto o in groppa al mulo o all'asino, e lenta rimane ancora l'andatura del moderno conducente di "cippappà" incurante della velocità dell'automobile con la quale deve quotidianamente confrontarsi lungo le strade provinciali. Un confronto che, non di rado, si esplica con forme conflittuali, specie lungo quelle stradine provinciali dell'interno che in molti tratti non sono abbastanza larghe da consentire un sorpasso o che sono tutte un susseguirsi di curve che fanno desistere da qualsiasi azzardo di superamento e inducono a mantenersi quieti nell'attesa di un rettilineo. Non di rado, il moderno e frettoloso guidatore d'automobile costretto in fila nell'attesa di un sorpasso, è costretto a contemplare da tergo la sagoma tipica del conducente di "cippappà" quale appare dal piccolo oblò della cabina. Nell'immaginario comune del parlante il conducente di "cippappà" è un signore che placido e serafico prosegue per la sua strada con la sua paglietta, mentre sul cassone retrostante ballano o un "sàrcino" o un paio di "cascette" di plastica in uso per la raccolta dell'uva al tempo della vendemmia, alcune ancora con la scritta "Cirio" stampata. Quando si supera un "cippappà" il suo conducente rimane impassibile, né si volta in quell'attimo in cui lo si supera. Non si tratta, sia chiaro, di indifferenza, ma di una impassibilità dovuta al sovrastante rumore del "cippappà" che non fa avvedere della presenza di veicoli, né della fila di macchine che seguano impazienti. 

Da questa "convivenza", chiamiamola così, tra il "cippappà" rumoroso e lento, proiezione nella modernità del duro lavoro del contadino, e l'automobile, elegante e silenziosa, proiezione invece di una cultura della velocità, nasce un uso del termine "cippappà" come contenente un minimo di dileggio, come se si volesse indicare il "cugino" povero della grande famiglia dei veicoli a motore: "ma come te venètte 'ncapo re iè a piglià a' nnammuràta c'ù cippappà re zi Fulùccio .. chi puòzzi !!". 

Per quanto riguarda l'etimo di "cippappà" si può agevolmente azzardare un'origine onomatopeica legata al suo procedere rumoroso e scoppiettante. Non si può escludere che il termine derivi da un singolo che l'abbia utilizzato una prima volta. Per la sua idoneità ad evocare il rimbrotto del motore, il termine ha potuto attecchire nell'uso popolare anche per la esplosiva e corpulenta pronuncia labiale delle due ultime sillabe con l'accento marcato sulla "a" finale che partorisce una parola-suono che pare la riproduzione informe ed esplosiva di una voce d'infante.

"Zìmmaro"

Sostantivo maschile singolare del dialetto cilentano che si riscontra con lo stesso significato anche in altri dialetti meridionali. "Zìmmaro" è il maschio della capra, in italiano "capro" o "caprone". 

Nell'uso traslato il termine passa a indicare una persona poco curata nell'aspetto, spettinato, con capigliatura rada, disordinata o lanosa. Indica anche la persona poco incline a lavarsi, particolarmente puzzolente, tanto da lasciare evidenti tracce nell'olfatto in danno delle persone che per mala avventura gli si approssimino. Mi fu raccontato del caso di un allevatore che stava adempiendo al governo del bestiame caprino all'interno della stalla che ospitava anche un "zìmmaro" nel periodo della stagione degli amori; uscito dalla stalla si intrattenne a conversare con un commerciante di bestiame il quale percepiva l'effetto del male odore che si era riversato sul suo interlocutore, ignaro - però - che l'effetto si era propagato a sua volta anche su di sé, tanto che al ritorno del commerciante a casa la moglie lo invitava a non avvicinarla e a tenersi a debita distanza per la insopportabilità dell'odore. 

Non sono rare, nell'uso parlato, le espressioni del tipo: "puzzi pèggio re nu zìmmaro" che in modo genuino sintetizzano aspetti ed imprevisti del quotidiano. 

Il termine "zìmmaro", per la corpulenza del suono che si accompagna alla pronuncia, si presta anche a colorite espressioni. Un giorno l'imberbe adolescente, col desiderio di atteggiarsi ad adulto facendo sfoggio di un filo di peluria che aveva avuto cura di farsi crescere e penzolare dal mento a mò di improbabile pizzo, passò dinanzi la signora Franca che appena lo vide esclamò spontanea: "mò sì ca me pari u' zìmmaro re Zi' Fiore!". 

Per quanto riguarda l'etimo di "zìmmaro", alcuni lo collocano tra quei termini del dialetto cilentano che derivano dall'arabo al pari di altri termini come, ad esempio, "ammuìna" o "ngarràre" (cfr. "Sulla presenza di arabismi nel dialetto del Cilento" di Alfonso Toscano, sul web in http://www.alfonsotoscano.it/aracil.htm). 

Parrebbe, però, attendibile una più netta derivazione dal greco antico "xίμαρος" (xìmaros) che significa precisamente "capro" (come rilevava un articolo dal titolo "Terra nostra" sulla rivista "Arte e morale", Salerno, anno 1922, n. 1, ripubblicato sul giornale "La Voce del Cilento" nel numero del 15 febbraio 1922).


"Ventulèra"

Sostantivo ed aggettivo femminile del dialetto cilentano, ma in uso anche in altri dialetti meridionali, specie calabresi. Pare non avere un perfetto omologo in italiano. Indica la persona imprevedibile, che agisce ed opera fuori da una disciplina. Nel contesto rurale del Cilento, connotato da un decalogo di costume che individua quali siano i limiti leciti di libertà nel microcosmo del villaggio, era usata in una accezione leggermente negativa e per lo più riferita alla donna. Era frequente che fosse usato da donne per parlare di altre donne, specie dalle madri nei confronti delle figlie in quel perenne conflitto tra dovere e libertà che connota il giudizio di una generazione verso la generazione più giovane ed i rimbrotti che vi si accompagnano. 

Il dialetto conosce anche il verbo "ventulià" per indicare l'azione di chi vada sempre in giro, il vagare senza una ben chiara destinazione, anziché rispettare le regole del rientro in casa: "ma te vuò arritirà! cché mme vai ventuliànno!"

"Ventulèra" è, quindi, la donna umorale e dinamica, inconsapevolmente ribelle, sfuggente, sfrontata, genuina, indisciplinata, istintiva, che non dice dove va non perché lo voglia nascondere ma semplicemente perché lei stessa non lo ha programmato, che oggi è qui ma che nessuno saprebbe prevedere in quale direzione si diriga domani. Sentimentalmente libera, ma - quand'anche non libera - ugualmente aperta a sperimentare tutti i possibili percorsi di esperienza e di conoscenza, pur col rischio di esporsi a discredito secondo i canoni della morale comune, per lo più percepiti e contestati dalla "ventulèra" come improntanti a bigottismo e pregiudizio. Non di rado è l'epiteto usato per rimarcare lo "scandalo" della libertà e dell'indipendenza, mal digerite da chi quella libertà vorrebbe sopprimerla con un possesso geloso e con un richiamo all' "ordine" e allo schema rigido del "ruolo". 

La parola pare contenere il termine "vento". Il dialetto chiama "ventulèra" la donna che cerne il grano o altri cereali facendolo saltellare con il crivello in modo che sia il vento a pulirlo levando le mondiglie sottili o la paglia (nel dialetto calabrese si riscontra un canto popolare "All’aria ni vidimu, ventulera, ‘ca tu ti pigli la paglia ed iu u ranu!"). 

In senso lato è per questo la donna che si affida al vento e che, per estensione, al vento si abbandona e dal vento si lascia trascinare. Nella parola stessa "vento" si intuisce anche la "ventura", il "ciò che verrà", ossia la "sorte", di per sé imprevedibile e indomabile. La donna è "ventulèra", quindi, come un "destino", senza che rimangano margini per altri giudizi, e senza che ci sia altro spazio se non per la mera presa d'atto di una forza della natura, come è forza di natura il vento. In questo giudizio, "ventulèra" è l'aggettivo con cui il giudizio si accompagna ad uno scrollo di spalle con il quale si dichiara una resa.

"Paracréti"

Sostantivo plurale maschile del dialetto cilentano che non ha corrispondenti nella lingua italiana. Il termine pare abbastanza raro (ne riferisce un nativo di Salento). Per renderne il significato può essere utile riportarne il contesto nel quale viene utilizzato: "Facètte na scenata mièzzo la chiàzza, tinìa i paracréti 'ncàpo"; "cù li paracréti indo le chiocche ammunazzàva a destra e sinistra". In questo contesto, i "paracrèti" parrebbero le fisime che affliggono taluno tanto da condurlo a gesti inconsulti di ira o di scelleratezza. Indica la causa irrazionale che innesta in una persona psicosi o ricostruzioni convulse, fantasiose, improbabili o inverosimili, frutto di allucinazioni, di inganno o di errore. Il suono della parola richiama alla lingua greca, indizio della presenza nel Cilento di monaci basiliani, se non addirittura un residuato magno-greco. Effettivamente il vocabolario di greco antico annovera il termine "para-krousis" (παρά-κρούσις) tra i cui significati contempla anche "alienazione mentale, frenesia, follia", conformi al significato di "paracréto" come lo si usa nel dialetto.

Taratòccola

Sostantivo femminile del dialetto cilentano che corrisponde all'italiano "bàttola". E' un giocattolo di legno che produce soltanto rumore un tempo usato nel periodo della Settimana Santa - quando le campane tacciono - dalle squadre di paesani definiti "zerranti". La "taratòccola" è costituita da una piccola tavola di legno a forma e grandezza di un cavagnocchi su cui si poggiano da ambo le facce altre due tavolette con delle cerniere o con della sottile corda. Nel momento in cui si agita il manico, le due tavolette mobili battono contro la tavola fissa. (In STIFANO G., "Giochi perduti", Ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, pgg.51,52,53,54).


Secondo quanto mi riferisce un abitante di Salento, invece, la "taratòccola" era formata da una tavoletta di legno alla quale era agganciato alla estremità anteriore un bastoncino di metallo che, con la vibrazione a mò di ventaglio data al legno, batteva su ambo i lati della tavoletta; più veloce era la vibrazione data alla tavoletta, più intenso era il rumore. Nel periodo della Settimana Santa, specie il Giovedì Santo, ai ragazzi del paese veniva affidata la "taratòccola" depositata in chiesa e tutti insieme si dirigevano nei vicoli del borgo in una chiamata a raccolta dei fedeli per l'inizio delle funzioni della Settimana Santa. Oltre alla "taratòccola" veniva usata, con la stessa funzione, anche un altro strumento detto "zerre".

"Viétta"

Avverbio di tempo del dialetto cilentano che sta per "presto", "spedito", "di buon'ora". La parola pare avere ancora una sua resistenza nell'uso parlato, anche se maggiormente tra persone anziane.

"Viètta" indica un'ora indefinita del giorno che comunque si pone in anticipo rispetto alla norma o all'abitudine

Questo tempo della giornata sarebbe collocabile piuttosto in un'ora mattutina, la più idonea per il disbrigo di un impegno secondo la scansione del tempo che mutua dal lavoro dei campi anche la sequenza delle altre incombenze del quotidiano, non di rado collocabili persino all'alba: "m'aggia aizà viétta crammatino ppé piglià u treno a la stazione r'Umignano"; "nnè sìmo scetàti viétta ppé ffà le buttìglie", "meno male ca è bbenùto viétta, accussì àma finito prima". Il termine parrebbe contenere anche una venatura di "veloce" e di "spedito": "vièni viétta, ch'àra ì a piglià i merecìne a nonna". 

Chi usi questo termine nei confronti di un interlocutore con il quale abbia fissato un appuntamento per una certa ora, si raccomanda puntualità nell'osservanza dell'orario concordato ("musèra nnè verìmo a l'otto, vieni viétta"), in modo da prevenire quell'abitudine di estendere oltremodo il margine di tollerabilità rispetto ad un orario già prestabilito concordemente, ed evitare quella abitudine - tutta meridionale in verità - per cui un evento o un incontro o un appuntamento fissati, ad esempio, per le otto, finiscono sempre per scivolare verso le otto e mezzo, quando va bene (in questo limitato senso, "viétta" starebbe per "puntuale").

In "Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento", il glottologo tedesco Gerhard Rohlfs analizza, tra gli altri, anche questo vocabolo. Lo studioso rilevava anche l'uso del termine "viètto" nel quale riscontrava una base latina facendolo derivare da "vectus", assumendo in tal caso il significato di "portato" (e anche l'amico Rino Castaldo mi fa notare l'uso di "viètto").

Nello stesso saggio di Rohlfs si rileva anche l'uso della forma "aviètta", come puntualmente rileva Giuseppe De Vita . 

 


'ngappammòcca

Sostantivo ed aggettivo maschile - sia singolare che plurale - del dialetto cilentano, traducibile in italiano con "credulone" ed usato in senso dispregiativo. (Frasi tipiche sono: "ma nu' bbìri ca te 'mbròglia ... stù ngappammòcca"; "chèro ca re rìce a muglière chèro fàce chiràto ngappammòcca ca nu' bbère mango le ccorna ca tène"; "chìro cuntàva palle, e chiràto stìa a sènte come 'nu ngappammòcca").

Indica la persona incline a prendere per vere circostanze riferitegli da altri: o con intenti semplicemente canzonatori (dando luogo in tal caso ad un semplice dileggio), o anche con finalità fraudolente (per porre in essere un artificio onde ottenerne profitto o utilità) o di giustificazione di condotte altrimenti dispiacevoli.

Rappresenta, quindi, la persona con una propensione alla acritica accettazione sulla versione di fatti e sulla ricostruzione di rapporti tra persone, suscettibile di reazioni inconsulte o di rovinare amicizie o di ingenerare equivoci.

Non di rado l'uso del termine viene accompagnato con il gesto di unire i polpastrelli delle dita al pollice portarseli per due volte verso la bocca a simulare un imboccare o un bere (e non è un caso che in italiano il termine possa essere reso con il verbo "bèrsela" o "non bèrsela", ossia "crederci" o "non crederci"). Chi lo usa pare mettere un accento critico anche nei confronti del propinatore, di colui che ha odorato la facile suscettibilità dello "ngappammòcca" ed è capace per questo di dirigerne le reazioni.

La parola nasconde anche una sottile e malcelata inclinazione del "ngappammòcca" a farsi intenzionalmente abbindolare a causa di un debole sentimentale o per assecondare capricci altrui dovuti a cecità da passione. In alcuni contesti può indicare anche una condizione di spaesato o di attesa ("ddà stìa c'aspettava fòre a la posta come 'nu 'ngappammòcca" ca nu' bbirìa ca era chiusa").

"Uaità"

Verbo del dialetto cilentano che ha un suo omologo nell'italiano "guaìre" ed è traducibile con "piangere". Si usa anche nella forma riflessiva ("se uàita"). Come sostantivo derivato si usa nel dialetto "uàito". Tipiche espressioni: "E come se uaitàva nonna mia quanno 'u figlio partette ppè' la uerra"; "se nne facètte uàiti chìro criàmo". 

Nella lingua italiana il "guaìre" indica più propriamente il "verso acuto, breve e lamentoso emesso da animali, e specialmente dal cane quando prova dolore" (da "Garzanti Linguistica"). Proprio per la sua diretta descrizione del lamento del cane, si rileva la chiara origine onomatopeica del verbo "uaità" e del sostantivo "uàito". E' evidente che la parola riproduce il suono stesso del lamento anche dell'uomo. Si può ipotizzare che anche la parola "guaio" abbia la stessa radice che richiama il suono del lamento ("Quivi sospiri, pianti ed alti guai / Risuonavan per l'aere senza stelle", scrive Dante nell'Inferno). 

Nell'uso dialettale cilentano il verbo "uaità" assume una connotazione più ampia ed estesa di dolore, specie quando il pianto ha come soggetto un adulto. 

I "uàiti" del bambino o "criàmo" o "criàturo", di contro, sono una fisiologica descrizione di uno stato frequente di lamento. 

Nella cultura cilentana, la parola "uàito", specie nell'adulto, è la rappresentazione sonora e profonda di una condizione umana di dolore, di pietà e di commiserazione che trovano sfogo in una lacrimazione abbondante che si accompagna alla emissione di un verso acuto e sottile, più o meno prolungato, litanico, con punte singhiozzanti e con accenti convulsi di rigurgiti. "Uàito" indica, quindi, una reazione scomposta e disarticolata che, nella sua forma più struggente, può anche essere la manifestazione materiale di un lamento rimasto latente, covato ed asciutto e che esplode in un pianto irrefrenabile alla minima evocazione di una persona cara, o defunta o lontana. "Uàito" era il pianto della vedova sulla tomba del marito in una cultura dove la vedovanza precoce era anche la prospettiva di miseria per il resto della famiglia. In tempo di emigrazione, "uàito" era il lamento della moglie che invocava il ritorno del marito dall'America. Nella mitografia cilentana, nel racconto degli avvenimenti che deflagravano nelle piccole società di paese, la parola "uàito" era maggiormente associata alla donna, mentre l'uomo pareva elaborare il dolore piuttosto in mutismo.

"Scendàto"

Participio passato del verbo che nel dialetto cilentano si pronuncia "scendà" (nella sua forma tronca all'infinito). Il verbo "scèndà" è traducibile in italiano con "sparire", "dissolversi": "Re reciètti re nun' se mòve ra ddà, ma come me vutài, scendào", oppure: "ma stài sémbe 'nnandi ai pièri .. e scènda 'na vota ppe' sèmbe!".

E' probabile che derivi dal latino "ascendere" e che sia poi stato adoperato nel dialetto con un significato vagamente condizionato dalla tradizione religiosa e dal tema della "ascensione" intesa come fenomeno di un passaggio da uno stato visibile e terreno ad una condizione di invisibilità sottratta al passaggio della morte. Chi "ascende", infatti, viene attratto nel mondo spirituale trapassando direttamente ad una condizione di santità o di immortalità. Il cattolicesimo annovera tra le ricorrenze l'Ascensione di Gesù e della Madonna. Anche nella tradizione greca era contemplata l'ascensione dell'"eroe" che viene glorificato attraverso uno "sparire" sui monti, con un significato in cui la "ascensione" o la "sparizione" sanciscono il passaggio diretto all'immortalità. 

L'uso dialettale del termine evidentemente risente delle rappresentazioni della religione e del cristianesimo. Si può presumere che il predicatore non trovasse nell'uditorio popolare persone in grado di comprendere a fondo il significato spirituale e teleologico al momento della descrizione della "ascensione"; e - in verità - anche nella teologia ufficiale si rinvengono posizioni non univoche sul tema e sulla sua spiegazione. 

Tuttavia, il popolo pare aver conservato nell'inconscio quella inspiegabile descrizione di "ascensione" e pare l'abbia adottata in senso traslato, prosaico, puramente materiale, epurandola evidentemente del suo significato teleologico e spirituale, pur conservandone nel significato quella caratterizzazione di "mistero". Pertanto, lo "scendà" del dialetto cilentano, contiene un significato assimilabile allo "sparire", ma soprattutto allo "sparire improvviso", repentino, veloce, talmente rapido da far pensare ad un fenomeno sovrannaturale di "dissolvimento" che desta meraviglia o che rimane inspiegabile: "mò propio era ccà, e mò nu' ngè cchiù: è scendàto!".

""scepoddàto"

Aggettivo sostantivo del dialetto cilentano che indica una persona trasandata a causa del vestire disordinato. Lo "scepoddàto" si presenta con uno sguardo ancora in preda al sonno e, soprattutto, con i capelli spettinati, irti e fuori controllo. 

Il termine potrebbe essere ispirata intuitivamente alla visione di una cipolla nel suo rapporto con la pellicina trasparente che l'avvolge, facile a frangersi e a rimanere sul bulbo in una condizione di precariato perenne e che un semplice soffio potrebbe sgualcire facilmente. 

Secondo altre ricostruzioni con il termine "scepoddàto" si indica genericamente qualcosa di "divelto". Con questo senso richiama comunque la "cipolla", anzi "cepòdda" in dialetto. Lo "scepoddàre" sarebbe, in senso letterale, l'azione dell'estirpare una cipolla dal terreno. In senso figurato, lo "scepoddàto" è colui che pare essere stato estirpato ex abrupto da un letargo o da una condizione di pace e di calma (come può essere la calma del bulbo di una cipolla nel terreno) e scaraventato brutalmente sulla scena di un'azione dove si richiedono riflessi e velocità di reazione. 

La condizione dello "scepoddàto" può essere più o meno transitoria e capace di descrivere una condizione tipica dello sfasamento del risveglio mattutino ("ma camìna, vièstete ambrèssa, ca mmè pari nu scepoddàto").

Quando, invece, la condizione dello "scepoddàto" si protrae oltremisura, allora indica spregiativamente la caratteristica di una personalità dove il tratto saliente esteriore è costituito da quel presentarsi in una condizione di perenne addormentamento o di semi-coscienza trascinata nel quotidiano, nel lavoro, nel sociale, non di rado associata a riflessi rallentati: "Iètti a' la posta a pavà a bolletta, ma chìro scepoddàto re l'impiegato pare ca nu me turnào u' rièsto supièrchio!".

Non è raro ritrovare l'uso del termine in un contesto calcistico: "chìro iucatòre me parìa nu scepoddàto mièzzo au campo"


"Scàngio"

Sostantivo maschile del dialetto cilentano che corrisponderebbe letteralmente all'italiano "scambio". Se ci fermassimo alla sola traduzione letterale, limitata alla traslitterazione, però, non avremmo detto nulla delle più profonde sfaccettature del termine se adoperato nel dialetto cilentano. Si usa associato alla preposizione semplice "per" e dà luogo alla locuzione avverbiale di modo: "ppé scangio". 

Nella cultura popolare si usa il detto "se truvào ppè' scàngio mparavìso".

L'uso frequente nel dialetto testimonia del rapporto del Cilentano col destino sovrano e con l'atteggiamento aperto al fatale. Lo "scàngio" indica più propriamente una sintesi tra "errore" e "caso" intesi come energia cieca che conduce verso una meta imprevista e insperata. "Ppè scàngio" si può approdare ad una fortuna immeritata, come piovuta dal cielo, o comunque trovarsi in un certo luogo mentre si era programmato di andare in tutt'altra direzione. 

Sarebbe curioso analizzare come questo gioco di casualità venga reso con la parola traducibile con "scambio". Si può azzardare che il Cilentano rappresenti idealmente il destino come un cammino con una serie di incroci e di bivi infiniti, dove sarebbe facile perdere la rotta ed approdare in un luogo piuttosto che in un altro, e dove tuttavia non ci si prende collera né per l'errore, né per quell'intontimento che manifesta chi si trovi disorientato e disadattato e non riconosca i luoghi in cui aveva previsto di arrivare. Anzi, si accetta il fuori programma perché la sorte pare t'abbia scelto anch'essa "ppè scangio", per sbaglio, come se quello stesso destino, immaginabile come una specie di giudice miope, distratto e ingiusto, abbia scelto a sua volta di favorirti semplicemente perché ti aveva confuso o "scambiato" per un altro.Appunto, "ppè scàngio".

(P.S.Per quanto riguarda l’etimo, si può presumere una derivazione dal francese “changer”. L’assonanza con la parola “chance”, anche per il suo significato di “sorte” o “possibilità di riuscita”, rende però più plausibile che nel dialetto cilentano lo “scangio” sia una derivazione proprio dal francese “chance”. L’analisi della parola francese “chance”, a sua volta, riconduce ad una derivazione dal latino “cadentia” con cui si indica “il cadere” inteso come “cadere dei dadi”. )

 "struggiulùto"

Aggettivo del dialetto cilentano adoperato anche come sostantivo. Indica una condizione di annebbiamento della coscienza, sia essa momentanea o duratura. E' "struggiuluto", ad esempio, colui che si alzi dal letto pur non avendo completato le sue ore di sonno ed assuma per questo, anche nel volto, una espressione inebetita, con occhi socchiusi e camminata disorientata, non di rado accompagnata da un aspetto trasandato, con ciocche di capelli ribelli rimasti incolti e non pettinati, Ciononostante lo struggiulùto pretende di impegnarsi in faccende che richiedono invece attenzione e vigilanza. Può indicare una condizione temporanea, e in questo senso potrebbe accomunare gran parte degli individui che in alcuni momenti della giornata effettivamente possono accusare una situazione di semi-coscienza. Più grave, invece, è la condizione dello "struggiuluto" che si protragga oltre l'ordinario margine che la natura ha preteso prima del completo risveglio. In tal caso, il termine esprime un rallentamento cronico dei sensi, eventualmente imputabile anche a disfunzioni cerebrovascolari. "Struggiulùto" è anche colui che, a causa di una emozione improvvisa, specie se accompagnata ad sentimento coltivato con passione, accusi disorientamento, annebbiamento di vista e di udito quasi come nell'anticamera di una catalessi. In questo caso lo "struggiulùto" è anche indifeso, vulnerabile: "stammatìna aggio scuntàto a cumpa Peppo, r'aggio rato a parlà, ma parìa tanto struggiulùto ca io recìa na cosa e chiro ne responnìa n'ata"; "Puro io l'aggio scuntàto: è sturgiulùto sano sano pecché s'adda spusà u mese chi tràse". 

Per quanto riguarda l'etimo, si può anche far derivare il termine dalla stessa radice di "stordire", termine latino composto da "ex tordus" che, a sua volta, si ispira al tordo, un uccello facile a farsi accalappiare e per questo sinonimo di "sciocco". Nel vocabolario greco, però, si riscontra anche il verbo "storènnumi" (στορέννυμί) che indica l'azione del sedare, del calmare, o del coricarsi e del distendersi, e in tal caso indicherebbe proprio una condizione di inerzia. Ovviamente, sono solo congetture.

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"FRÉCENE"

Termine del dialetto cilentano traducibile con "inezia", "briciola", "granello": "Comare mme rai nno frecene re sale", così si legge in una poesia di Giuseppe De Vita.

La parola pare in disuso, ma conserva tuttora una forza evocativa per la capacità di richiamare aspetti e contesti contadini votati alla frugalità, alla sobrietà, all'essenziale, al risparmio. Significativo è il fatto che chi evochi nella memoria questo termine, lo ricordi più spesso pronunciato da donne, o meglio dalle madri di famiglia in un contesto legato alla mensa e alla preparazione del pasto, ove gli ingredienti erano misurati, contenuti al minimo, e calibrati con sapienza.

Non di rado, il "frécene" di un ingrediente, una spezia, un filo d'olio, una punta d'aglio o di peperoncino, costituivano il "segreto" perché un piatto acquistasse un sapore unico.

Per quanto riguarda l'etimo, il termine sembra derivare dal latino "fràngere" che contempla tra i suoi significati anche il "macinare", e da questo punto di vista potrebbe indicare quella quantità minima derivata da una macinatura, e quindi il "granello", la "briciola", o ciò che resta di una sbriciolatura. Non si può escludere, comunque, una derivazione dalla stessa radice di "frugale" che a sua volta deriva dal latino "frux - frugis", ossia "frutto della terra" e che indica ciò che è "sobrio" "temperato" e quanto "strettamente necessario".

"sparmà"

Verbo del dialetto cilentano (qui nella sua forma tronca). "Sparmàre" sta per "desiderare": "ah come sparmava ppe' na muzzecata re pane e uòglio cu lu ppane frishco!". "Sparmà" pare indicare più propriamente il desiderio forte ma insoddisfatto, o rimasto a lungo inappagato, e che per questa sua tensione si deposita nell'animo fino ad assumere una quiescenza attiva. Infatti, la memoria del desiderio di colui che "spàrma" si può facilmente riproporre anche a distanza di anni ogni qualvolta un odore o un sapore evochino le medesime situazioni. 

Chi "spàrma" esprime spesso anche un desiderio inespresso, coltivato in segreto, di quelli che non si è capaci nemmeno di definire a sé stessi tanta è la convulsione che l'accompagna. Per esprimere compiutamente il senso della parola, si immaginino i desideri dei bambini, che sono ineffabili, senza parole, espressi il più delle volte solo con lo sguardo. 

Non è raro sentire pronunciare questa parola con una enfasi vagamente esplosiva dove le prime due consonanti "sp" paiono evocare una forma di sparo e dove la "erre" accentua una crudezza di tono. Ebbene, anche nella forza della pronuncia si esprimono una forza di tensione, un desiderio che pare accompagnarsi ad una contorsione, ad uno spasmo alimentati da una energia da mancanza. 

Nelle espressioni che denotano un picco del desiderio particolarmente acuto, non è raro sentire pronunciare questo verbo in modo "mazzecato", che è un modo in cui il parlante fa uno sforzo per trattenere una rabbia e dove le parole paiono clandestine, un poco confessate, e un poco liberatorie, quasi che con quel dire a mezza bocca ci si volesse liberare da un'ansia o come se quel dibattersi dell'animo fosse tale da non far trattenere le parole stesse. 

Nella società e nella cultura materiale del Cilento, caratterizzate da una secolare condizione di povertà e di penuria di alimenti, il desiderio era frequente nell'agognare il cibo stesso: "e come 'nge sparmàvamo ppe' nu piezzo re lardo o ddoie fico mbaccàte". 

Nella descrizione di una disposizione d'animo, la condizione di chi "spàrma" è frequente nel descrivere l'invaghimento velleitario, l'innamoramento non corrisposto: "nge sparmàva tanto ppe chèra zòria ca senne iette vòjto a l'America ppè nu la verè cchiù nnanti a l'uocchi". 

Nella ricerca dell'etimo della parola, si può ipotizzare una derivazione dal greco antico «σπάίρω» o «άσπάίρω» ("spàiro" o "aspairo") che indicano il presente della prima persona singolare del verbo "palpitare", "agitarsi", "dibattersi" . Il greco antico conosce anche il sostantivo "«σπάράγμά» ("sparagma") che significa "spasmo", "convulsione", "dilaniamento". che ben paiono rappresentare, plasticamente, il senso del desiderio.

"t e m è".

Nel dialetto cilentano (almeno in quello del «Cilento Antico») ricorre questa parola un poco misteriosa specie qualcuno volesse cimentarsi a cercarne un etimo plausibile. 

Qui l'abbiamo riportata come «temè», ma si usa anche nella versione «tiemè» o «tamè» (anzi la pronuncia della prima vocale sembra intermedia tra la «a» e la «e», ragion per cui si può scrivere«tæmè»). 

Potrebbe tradursi con un «guarda» esortativo o anche imperativo. Si usa quando si vuol destare un'attenzione nei confronti dell'interlocutore dinanzi ad un fenomeno fuori dall'ordinario: «tamè come chiove!», «tamè come trèmmula!», «tamè che bbiènto!». Ma questa traduzione non ne renderebbe appieno il significato più profondo soprattutto se si tiene in mente il suo uso come interiezione o avverbio che si accompagna ad una manifestazione di meraviglia. «Tamè» o «temè» è la parola che d'istinto si pronuncia


dinanzi ad un fenomeno della natura, un fulmine, un tuono, una piena, o anche dinanzi ad un evento improvviso che si impone con una certa forza alla visione dell'uomo. Ovviamente, indica anche atteggiamenti o comportamenti umani: «tamè che cretino!» (e le occasioni per declinarlo in questo senso non mancano mai), o «tamè come corre!», o «tamè che facci re cuorno!». 

Il «tamè» o «temè», quando assume il tono dell'interiezione o della esclamazione, è parola che si usa anche quando non vi è un interlocutore che ascolti, e può essere utilizzata in forma assoluta, come se parlassimo con noi stessi, da soli. Dinanzi a quello sprigionarsi di energie nella natura, anche nella solitudine della visione, il «tamè» può pendere dalle labbra in modo istintivo, come un sussurro che nella sua labilità sonora, breve e secca, sembra porre un accento di meraviglia dinanzi ad un fenomeno che si dispiega dinanzi agli occhi e che, almeno in quell'attimo, ci pone quasi nella condizione di non riuscire a dare una spiegazione razionale, e per questo suscitare un timore, una paura. 

Il suono stesso della parola sembra richiamare un'origine dal greco antico. Si potrebbe scorgervi il riflesso di quel «thauma», ossia la «meraviglia mista a sgomento» dalla quale Aristotele nella «Metafisica», sulla scia di Parmenide, faceva derivare l'origine stessa della filosofia, la meraviglia verso l'irrazionale e l'inspiegabile che generano nell'uomo lo scatto naturale ed istintivo per cimentarsi in un tentativo di spiegazione. In un certo senso, in questo "tamè» vi sarebbero la radice di una civiltà, una presa d'atto, una visione, una cultura che si pone dinanzi all'universo con i suoi «perché» o con la rassegnazione della inesistenza di una risposta definitiva dinanzi il divenire e lo scorrere dell'esistenza. 

Per carità, sono solo ipotesi queste, da verificare. Sarebbe ipotesi suggestiva ritenere il nostro «tamè» come reperto di un lontano «taumazein», che in greco significa «provare meraviglia», o meglio, «provare quella meraviglia che si accompagna allo sgomento». 

Tra gli scenari attorno al mistero della parola e al suo etimo, si apre anche l'ipotesi che derivi dal greco «θεαομαι» («theaomai») che significa, appunto, «vedo» e indica, nella forma dell'infinito, il verbo «vedere». 

Come in tutte le traduzioni, la traslazione da una lingua all'altra, però, non vi trasporta compiutamente il suo significato con tutte le sue sfaccettature. Il senso del nostro «tamè», ancorato all'origine greca, esalta quella componente di meraviglia o di stupore. Il «tamè», esclamato, istintivo, pronunciato di soprassalto, infatti, indica ciò che assume dignità di uno «spettacolo». Non a caso da «theaomai» deriva anche la parola greca θέατρον («theatron») che significa proprio «spettacolo», «teatro». Per esteso, e per come è entrato nella lingua popolare, quel «tamè» o «temè», come lo usiamo nella parlata dialettale, nei paesi dell'area del Cilento Antico o nell'area lungo il fiume Alento, o nella Chora di Velia, rivela l'esortazione, mista a meraviglia, a volgere lo sguardo verso un evento, un fatto o fenomeno, una manifestarsi che si presti ad una ribalta, ad una scena, come ad accendere un clic che apra un sipario: «tamè» nel senso di «guarda, ma guarda e temi», o come «guarda e meravìgliati»

p o c c a

Voce del dialetto cilentano sopravvissuto, ormai, solo nell'uso di alcuni anziani: "U scuntài a Minicuccio mpère Capo Casale pocca"; "E' sembe meglio a cucinà ch'a zappà pocca"; "Uè Nicò, ca me l'aggio côte ra sulo l'aulive pocca". Il "pocca" è un termine pronunciato quasi sempre in coda al periodo. Spesso anche in frasi interrogative. Sembrerebbe del tutto privo di un suo significato per quel suo porsi in quella posizione finale nella conversazione tanto da indurre ad abbandonare lo sforzo di indagarne il significato, potendolo liquidare e limitare come un orpello gratuito della parlata. Per quanto rimanga una voce misteriosa, tuttavia, analizzandone il contesto nel quale ricordo di averlo udito, verrebbe di tradurlo come un avverbio, un "dunque", ma con una portata che vorrebbe sottintendere un "comunque", un "nonostante tutto" o un significato che pare tradurre un giudizio finale positivo laddove il contesto o la premessa parrebbero presagio di una conclusione negativa, o anche quando - al contrario - da una premessa positiva si presagisce, o concretamente si realizza, un epilogo negativo ("Stammatina ngè u sole, ma si musera chiove, pocca?", "Assètte u sole pocca". Il "pocca" è la traduzione o la inconsapevole elaborazione di un larvato e latente giudizio che suggella una morale da trarre da una vicenda complessa ed inizialmente aperta ad un ventaglio imprevedibile di ipotesi, ma che poi si traduce in un'unica concreta conclusione, sia essa positiva o negativa. Col "pocca" si invita l'interlocutore a tirare le somme. Con questo avverbio si comunica una presa di posizione o un risultato o anche (specie quando viene usato nelle interrogative) si prospettare un rischio o un beneficio eventuale. 
Per quanto riguarda la sua origine, è probabile che sia un residuo del greco antico. Infatti, nel greco antico dorico si rileva l'avverbio ποκα che tra i suoi significati contempla anche "finalmente", "in fine".

"abbo".

Sostantivo maschile del dialetto cilentano, diffuso nel meridione d'Italia con diverse sfumature. E' traducibile come "scherno", "burla", "dispetto". Si usa spesso associato al verbo fare: "che me fai abbo!", "me facìa abbo re fràtito". Viene adoperato specie quando lo scherno o la burla sono messi in atto con una smorfia o una deformazione facciale con la quale si prova ad imitare in forma di caricatura un modo di parlare, una postura, o anche un lievissimo difetto fisico di qualcuno conosciuto. In questo caso, l "abbo" descrive una condotta dove lo sberleffo viene manifestato con una mimica impostata a derisione. Fa "abbo" chi riproduce, con tono accentuato e deformato, una frase o una parola o un intercalare o un tic altrui, magari alterando il timbro di una voce volutamente imitata con un tono quequero o di starnazzo o assumendo un innaturale falsetto.


 L' "abbo" si esprime, quindi, associato ad una distorsione di labbra o ad una comica postura del volto per quel tanto che si possa capire che si sta parlando proprio di quel tale, o quella tale, dato che spesso il destinatario della derisione è persona conosciuta all'interlocutore. Proprio nella carica con cui si deformano il timbro o il tono altrui, e nella capacità di suscitare comicità, consiste l'efficacia di derisione.

"Face abbo" anche chi ritiene di assumere più semplicemente una posizione critica a prescindere da una condotta di deformazione caricaturale, assumendo di poter sostenere una tale posizione critica collocandosi in posizione di superiorità morale rispetto al destinatario della critica "Face abbo" chi semplicemente si prender gioco di un altro mettendone in evidenza vizi, debolezze, incoerenze, altri difetti più o meno lievi, sparlandone e sventolandone atteggiamenti da balordo oppure scelte di vita biasimevoli.

Bisogna sottolineare, però, che la parola "abbo", quando indica una esternazione critica di biasimo o derisione verso un altro, si usa soprattutto quando si vuole indicare un fenomeno di "ritorno" sull'autore stesso dell' "abbo", con un effetto boomerang. In sostanza, se è facile la postura di chi " se face abbo re l'ati", è altrettanto facile che sia l'autore dell' "abbo" a trovarsi nella posizione di chi aveva criticato: "Zi Ntonio a perso a capo ppé na zoria e 'a lassato a mugliere cu i figli, e se facìa tanto abbo r'u nepote ca senn'era scappato ccu la badante r'a nonna". 

La cultura cilentana assume una posizione di vaga condanna verso chi si cimenti con facilità nel deridere o biasimare condotte altrui, e mette in guardia da simili atteggiamenti burleschi, scorgendovi un'occasione per istigare il destino a fare dei percorsi proprio contro chi abbia usato l' "abbo" verso gli altri. Non è un caso quel proverbio cilentano che dice: "la jastema nun coglie, ma lu abbo torna", traducibile più o meno così: "il desiderare il male di qualcuno non sarà esaudito, mentre il prendersi gioco degli altri ritornerà su sé stesso" (questo proverbio è presente anche nel dialetto siciliano: "u jabbu arriba, a jastima no"). 

Per l'etimo non ci sono certezze. Il termine più simile che si trova nell'italiano è quello che richiama il "gabbare" o "gabbarsi" dove sta proprio per burlarsi. Secondo alcuni vecchi vocabolari dialettali, la parola siciliana "jabbu" (corrispondente al nostro "abbo") sarebbe derivata dall'arabo, ma senza che la tesi trovasse riscontri. Secondo una tesi rinvenuta sul web, è da scartare l'origine araba, essendo invece significativo che nell'antico germanico - dal quale le lingue romanze presero molti termini - fosse presente la parola "jab" ad indicare la "bocca". Sarebbe probabile piuttosto un'origine dal catalano.

"SIBBENGA"

Avverbio del dialetto cilentano traducibile in italiano con "almeno" o "quantomeno". Non sembra vi sia un termine analogo nel dialetto napoletano, ragion per cui si presume sia tipico della parlata cilentana. Lo si usa associato ad un verbo: "sibbenga ne facimo l'uocchi", "sibbenga sparagnamo fatìa", "sibbenga ne facimo quatto risate ncumpagnìa". La diffusione, nell'uso, di tale avverbio, esprime una disposizione d'animo ad accettare quanto la sorte riserva agli uomini quando le aspettative si concretizzano in un "minus" rispetto al desiderio. Nella rassegnazione, tuttavia, non predomina la componente negativa quale potrebbe essere dettata da "destino avverso" o "crudele", o da delusione, o da quel determinismo che si assume regolato da un fato cieco. Vi si intravede, piuttosto, una positiva accettazione a godere anche di quel poco concesso, come di provvidenza che salvi e giustifichi la prosecuzione e la convenienza di un progetto o di un risultato. Il "sibbenga" traduce una prospettiva ottimistica della vita, la tendenza a ritagliare il "bene" anche nell'avversità ("ama perso filippo e panàro, ma 'nne simo sibbenga addecreiati a fà ammuina", oppure " 'a chiuòppito ppe' 'na settimana sana, sibbenga s'è chiena la peschèra"). 

Non ci sono chiarezze sull'etimo. 

Se si trattasse di una locuzione, ossia un insieme di due o più parole che esprime un determinato concetto e costituisce un'unità lessicale autonoma, vi si potrebbe enucleare e scomporre la parola "bene". In tal caso, si potrebbe azzardare la derivazione, o qualche analogia, dallo spagnolo "si bien que" che sta per "anche se questo". La locuzione "si bien que" è presente anche nel francese dove sta per "così bene che". In tali locuzioni, però, si potrebbero nascondere altri più puntuali e reconditi significati che siano compatibili con l'avverbio "almeno" secondo meno conosciute unità lessicali formanti una locuzione). Il "sibbenga" potrebbe anche essere un derivato dell'altro avverbio della lingua italiana "sebbene" utilizzabile anche col significato di "almeno" ("bisogna essere coraggiosi, sebbene/almeno per un giorno"). Potrebbe anche derivare dalla contrazione delle parole "se bene venga" o "sia bene che". In conclusione, non abbiamo rinvenuto su "sibbenga" un etimo accreditato, ma solo ipotesi da verificare.

"Kkénne"

e "ddénne"

nel dialetto cilentano corrispondono a due avverbi di luogo. "Kénne" (oppure "racchénne") sta per "da queste parti" o "in questi luoghi vicini a noi",. "Ddénne" (o anche "raddénne") sta per "da quelle parti" o "in quei luoghi lontani da noi". I due termini sono pronunciati rafforzando la consonante iniziale (e per questo ho scelto di raddoppiarla nel riportare i due termini in forma scritta).

Per spiegare il significato di questi due termini mi avvalgo della prima domanda che il vicino di casa fece ad un mio amico quando aveva appena fatto ritorno dall'America: "nè ... ma se staje meglio kkénne o ddénne?" (ossia "si sta meglio qui , da queste parti, o là, da quelle parti?". 

I due avverbi impongono un'analisi più approfondita in quanto sarebbe riduttivo tradurli in italiano semplicemente con "qua" e "là". Per esprimere con una maggiore compiutezza i due avverbi, occorrerebbe risalire ad una concezione di "spazio" per come si assume maturata nello spirito del Cilentano. Il Cilento si caratterizza, lo sappiamo, da una miriade di piccoli paesi, a volte minuscoli, anche non molto distanti. Lo spazio urbano del paese e l'insieme delle terre circostanti, per secoli hanno costituito il limite, il confine, il microcosmo dove si consumavano nascita, vita, lavoro e morte. Il viaggio fuori dal paese rappresentava l'eccezione, l'extramoenia dove si rischiava di non essere riconosciuti e persino essere additati come "stranieri". Il limite spaziale veniva varcato in occasione della festa nel paese vicino o per la fiera nella ricorrenza di un santo. Il paese era anche la "patria": ad esempio, in un caso criminale accaduto ad Omignano nel 1862 un giovane del luogo fu costretto a lasciare il paese per evitare di essere ucciso e per questo si rifugiò a Castellabate, paese non molto distante da Omignano; ebbene nelle carte del processo si diceva che il giovane era stato costretto a lasciare la "patria"; eppure da Omignano a Castellabate non correvano che poche miglia. Quelli che oggi sono i nostri piccoli comuni e le piccole frazioni, un tempo erano organizzati in "universitas", ossia l'insieme di abitanti e terre che componevano il "villaggio", dove l'uomo e la terra erano componenti inscindibili; l' "universitas" è parola che rende forse il senso di una collettività o comunità ripiegata su sé stessa, autosufficiente, autogovernata, che consentiva sì lo scambio o il baratto con le comunità vicine in occasione dei mercati o fiere, ma pur sempre in un orizzonte di ritorno entro le mura amiche del villaggio. Un aneddoto popolare, che per quanto probabilmente frutto di fantasia esprime comunque la nozione di "confine", vuole che un marito partito di buon mattino da Gioi diretto a Cardile, di ritorno a casa la sera avrebbe esclamato alla moglie "o mugliere mia, sapissi quant'è gruosso lo munno!". Bisogna pur dire che la distanza era quella segnata dai "passi", dal cammino a piedi, almeno per la maggior parte della popolazione che non disponeva certo di calesse, mulo o cavallo. In questo contesto gli avverbi di luogo "kénne" e "ddénne", sopravvissuti ed usati tuttora con una certa costanza anche dai giovani, esprimono la descrizione ideale di un limite non solo geografico, ma anche sociale, la proiezione mentale di un perimetro, il "di qua" ("kkénne"), dove ci sono la famiglia e gli affetti, amici e parenti, l'ambiente sicuro; e il "di là" ("ddénne) dove si presumono insidie e pericoli o gli agguati dell'imprevisto, o più semplicemente l' "altro spazio", diverso.

Il "kénne" indica uno spazio geografico virtualmente intramurario. Il "ddénne" indica, di contro, un limite indefinito, sconosciuto, il varco dell'insondabile. "Kénne" indica lo spazio controllabile per quanto indefinito e vago. "Ddénne" indica, invece, lo spazio che disorienta, la "selva oscura", l' "oltre", tutto ciò che sta oltre la cinta virtuale del borgo.

[P.S. I due avverbi portano una componente di "relazione" e di "confronto" tra due realtà: ad esempio, l'amico che mi incontrasse a Sessa o a Stella o a Omignano Paese, a me che vengo da Omignano Scalo (ma lo stesso lo potrebbe dire ad un altro che venisse da Velina o Vallo Scalo), chiederebbe d'istinto: "che se face ddénne vascio", come a sottolineare due realtà differenti tra i paesi di montagna ed i paesi di pianura. Allo stesso amico che eventualmente dovessi incontrare in pianura, si potrebbe ripetere la stessa domanda: "ché se face ddénne coppa"]

"SQUASI".

Sostantivo dialettale cilentano che non sembra avere omologhi nella lingua italiana e per questo intraducibile. Nell'uso si associa al verbo "fare", per indicare - appunto - il comportamento di chi "fa" squasi. Si usa anche come aggettivo nella forma "squasuso". Dopo una breve indagine azzardo una descrizione del suo significato. "Squasi" indica l'atteggiamento di chi si pone verso l'interlocutore in una posizione affettata, cerimoniosa, con finalità persuasiva o anche vagamente seduttiva o di "captatio benevolentiae", caratterizzato da moine o alterazioni anche nella voce oltre che nei gesti. "Face squasi" o "face u squasuso", ad esempio, colui che corteggia noncurante di una forma o rinunciando al linguaggio abituale, o il bambino che fa moine o simula lamenti per ottenere dal genitore un dolce o il permesso di giocare o che vorrebbe quasi farsi commiserare nella speranza di una solidarietà o di una simpatia. Più genericamente sembra indicare l'atteggiamento di chi si "scioglie" mostrandosi fanciullesco o languido, in una sorta di "liquefazione" di ciò che in altre circostanze imporrebbe l'uso di forme o di protocolli di conversazione. La parola ricorre anche in altri dialetti italiani, ma con significati diversi da quello con cui è usato nel Cilento. Incerto è l'etimo.

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" 'mbenge".

In italiano il significato richiama "impingere" che, nel dizionario della Treccani, è così illustrato: 
impìngere (o impìgnere) v. tr. [dal lat. impingĕre, comp. di in-1 e pangĕre «ficcare»] (coniug. come spingere), ant. – Spingere innanzi o dentro, sospingere, urtare: ciascuna cosa, da providenza di propria natura impinta, è inclinabile a la sua propria perfezione(Dante).

Almeno questa sembra la derivazione più probabile. Nel dialetto cilentano, però, il significato di "mbenge", si concentra più sul concetto di "urtare" o "sbattere" contro un ostacolo solido. Nell'uso parlato la parola ricorre anche con una componente aggiuntiva legata all' "accidente", al "caso fortuito" o alla "forza maggiore", per descrivere un fenomeno che si è imposto all'attenzione di un soggetto come una fatalità imprevista e traumatica, non disgiunta da un seguito di imprecazioni (ad es.:"aggio 'mbinto co' lo père 'mbacci lo muro") . Ovviamente, la componente legata al "caso" è insita nel termine stesso (a meno che non si profilino situazioni di urti volontari autolesionistici), ma nel dialetto sembra assumere una componente leggermente più sostanziosa. Ad essere pignoli, la parola sembra ricorrere anche per indicare un atto finale di urto rivelatore preceduto da una serie di sfioramenti (ad es. "r'è ghiuta bona 'na vota, e ddoie e tre, ma se sapìa ca prima o poi 'nge mbengìa"). Oltre a descrivere un fenomeno fisico di urto ("aggio iuto a' mbenge cu la machina u' 'palo r'a luci"), nell'uso parlato il termine è adoperato anche per indicare eventi immateriali legati a situazioni soggettive di percezione (ad esempio: "Nu' ng'ha creruto fino a quanno nu' nge mbinto co' le corna"). 
Proviamo a declinare l'indicativo presente: 
1) mbengo
2) mbingi
3) mbenge
4) mbengìmo
5) mbengìti
6) mbèngeno

'NZALANUTO:

Nella forma dialettale più propriamente napoletana il termine è pronunciato come "nzallanuto". Nel Cilento questo vocabolo perde la doppia L e la Z si addolcisce (almeno nell'area lungo il fiume Alento). Si tratta, comunque, dello stesso vocabolo con il medesimo significato che ci riporta alla lingua greca. Il termine sarebbe composto da "en", avverbio di luogo che nel vocabolario greco indica il nostro "in", e "selene" che, sempre in greco, significa "luna". Lo "'nsalanuto" sarebbe, quindi, una sorta di "inselenito", nel senso di colui che è "nella luna", ad indicare una persona che ha perso il lume della ragione, intontito, soggetto ormai agli umori mutevoli, come la luna, appunto, che si mostra con facce diverse e che, secondo alcune leggende, irradierebbe influssi sugli umani. Oltre ad indicare la condizione patologica della ingravescenza senile, spesso l'aggettivo è adoperato per esprimere la condizione sentimentale di colui che, inconsapevole, pur non essendo ancora in tarda età, è trascinato in un vortice alienante di innamoramento o infatuazione, improvviso e senza margini di rinsavimento, almeno nell'immediato (ricorrente, ad esempio, l'espressione: "s'è nsalanuto appriesso a cchera").

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"vummecuso"

Per l'Accademia della Crusca
Propongo di inserire nel Vocabolario della lingua italiana questo termine, preso dal dialetto napoletano e cilentano, di cui non sembra esserci un sinonimo nell'italiano codificato. 
"Vommecuso" è colui che si atteggia a lezioso e borioso nello stesso tempo, con una particolare inclinazione alla gratuita ostentazione di professionalità o di esperienza, tipica dell'ignorante che sulla base di quelle poche nozioni acquisite assume atteggiamenti di saccenza, per lo più manifestata con inopportune dichiarazioni di prosopopea o altrimenti espresse con smorfie o moine come se stesse lì lì per vomitare (ed infatti, l'aggettivo viene da "vuommeco", ossia "vomito").

"Pétena"

Sostantivo femminile del dialetto cilentano. La "pétena" indica, di una persona, quei tratti somatici che la identificano come probabile appartenente ad una determinata famiglia nei cui componenti certe caratteristiche fisiche, specie del volto, ma anche del portamento in generale, si ripetono e si riproducono. La "pétena" è una sorta di carta di identità somatica o genetica, un codice che già dal primo impatto visivo del volto consente all'interprete di avere sufficienti informazioni ed indizi per collocare ed inquadrare un individuo nel suo contesto familiare e parentale, quand'anche di quella persona non se ne conosca da subito il nome. Questi tratti somatici comuni possono essere una sporgenza delle orecchie, la conformazione degli zigomi, una disposizione di sopracciglia, la forma del labbro. Più spesso, però, con la "pétena" si vuol definire quella somiglianza non propriamente correlata ad un distinto particolare del volto o del corpo, ma piuttosto ad un insieme di indizi fisici che complessivamente, nel loro insieme, consentono di ricomporre ed elaborare, per istinto o d'impatto, una somiglianza cromosomica.

In contesti sociali nei quali non sono rare le nascite dovute ad adulterio, la "pétena" è l'informazione che, con la crescita del neonato e con il passare degli anni, rende manifesto ciò che altrimenti sarebbe rimasto solo un sospetto, specie quando il tratto genetico è costituito da un tic. 

Col termine "pétena" si suole sottolineare di una persona anche l'innascondibile peculiarità caratteriale o comportamentale (come, ad esempio, la stravaganza, l'estro, o l'irascibilità) che si assume ripetersi con una certa costanza nei componenti di un ceppo familiare più o meno esteso in una comunità di paese (non potendosi escludere che tali attribuzioni s conformino a mero pregiudizio).

"zella".
Nel dialetto cilentano il termine "zella" assume un significato diverso dal dialetto napoletano dove indica la perdita di capelli o la tigna, e "zelluso" è l'uomo privo di capelli. Nel nostro dialetto del Cilento (ma credo anche di altre aree meridionali), la "zella" indica più specificamente la lite, l'ira. "Zelluso" è l'attaccabrighe, la persona facile all'ira, pronto a spaccare il capello nella misurazione del torto che assume di aver subito, facile alla reazione e permaloso. Spesso il "zelluso" è anche un "aìza-culo", letteralmente un "alza-culo", colorita espressione che esprime l'atteggiamento di quella persona che, ostentando una posa innaturale di rigidità della colonna vertebrale dettata dal risentimento per l'offesa e portando avanti il busto in una manifestazione di orgoglio, non si avvede che il sedere rimane comunque arretrato tanto che sembra gallinescamete "alzato". Collegato al termine, vi è anche lo "mbizzica-zelle", (o "mbicazelle" come si dice a Vallo della Lucania): la persona particolarmente abile nel profittare di situazioni che potrebbero suscitare litigi altrui. Lo "mbizzica-zelle" è un astuto che, conoscendo i punti deboli del carattere di amici o conoscenti e volendo divertirsi alle loro spalle, in modo più o meno innocente (ma a volte anche con un subdolo calcolo di tornaconto), riesce a metterli uno contro l'altro. In una accezione più colta, quando l'atteggiamento dello "mbizzica-zelle" assume i connotati di una strategia malefica di divisione e di separazione di amicizie consolidate, è il classico paradigma per indicare il "diavolo", parola che viene dal greco "diabolos", letteralmente "colui che divide". 

In alcuni gerghi ristretti, viene adoperato anche l'idioma "articolo-zella" con cui si indica quell'improvviso pretesto con cui una persona, nutrendo una sorta di antipatia o astio personali verso un altro, e non avendo motivi validi per aprire un contenzioso giustificabile e razionale, al fine di giustificare la dichiarazione di rivalità, si impunta su un qualche cavillo che cavalca a dismisura in modo irragionevole. Quel cavillo o pretesto, appunto, è l' "articolo-zella". 
Sull'origine della parola "zella", l'ipotesi più accreditata è quella che la fa derivare dal greco "ζῆλος" (zelos") che tra i suoi molteplici significati contempla anche quello che indica ira, rivalità, animosità (e da "zelos" viene anche la parola "gelosia").


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"Angaruso" è la persona avida ed ingorda che vorrebbe tutto per sè, sempre vigile ed attenta a non lasciare alcuna occasione ad altri, quand'anche siano amici o conoscenti ai quali si dovrebbe un minimo di rispetto. Il termine non esprime affatto una personalità positiva che, in ipotesi, potrebbe riscontrarsi in chi nutra ambizioni o si ponga obiettivi di carriera o una prospettiva di crescita. Indica piuttosto un'indole meschina di chi, proprio per natura, per cieco istinto di sopraffazione, o per infantile competizione, assume comportamenti finalizzati ad ingrossare un proprio "bottino" già pingue, e che per questo sarebbe disposto a sacrificare anche amicizie pur quando la posta in gioco sia poco o per niente importante. L' "angaruso" agisce in particolar modo quando bisogna procedere ad un atto di divisione. Il significato potrebbe essere reso con una parafrasi che ricorre più spesso nella parlata cilentana: "angaruso" è colui che "nun s'abbôtta mai". 
Il termine non è molto usato e sembra ormai in disuso. In verità, l'ho sentito pronunciare per la prima volta proprio questa sera da nativo di Salento, paese del Cilento, dove il termine sembra abbia una maggiore diffusione.
Sull'etimo di "angaruso", si può ipotizzare una similitudine con un termine del dialetto napoletano " 'nciaruso", aggettivo che sta proprio per "ingordo", "avido" "stizzoso", "dispettoso" che, a sua volta, deriva dalla forma napoletana "enciaria", sostantivo femminile che sta, appunto, per "ingordigia", "stizza", "astio", "gara". 
Sull'etimo e sugli ulteriori contorni del significato, si attendono altre ipotesi.

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"Strolacà"
Verbo dialettale che nel Cilento indica l'atteggiamento di chi si determini a voler ricercare caparbiamente la soluzione ad un problema che si presenta particolarmente complesso o che si incaponisca a creare il problema stesso sulla scorta di dissertazioni e punti di vista personali, magari frutto di visioni o alterazioni della realtà. Descrive un atteggiamento forsennato di studio su un quesito e su una possibile soluzione, specie quando non se ne profili alcuna, tanto da generare in colui che abbia intrapreso tale missione una specie di estraniamento o isolamento dalla realtà, più o meno momentaneo, ma capace di generare anche squilibri nel caso la condizione forsennata si dovesse prolungare oltremodo ("la mugliere nun turnao a la casa, e ddà u marito ca se strolacava addò putìa essere iuta", oppure "iucava i numeri au lotto e ddà strolacava", o anche "pensa a stà bbuono, che me struòlochi"). Come sostantivo si usa anche "stròlogo". Il parallelo in lingua italiana ci conduce a tradurlo con "astrologo" che nell'accezione strettamente popolare non indica chi fa gli oroscopi, ma descrive una persona poco concludente e poco pratica, dedito più ad inutili e stravaganti artifici linguistici e a sterili dissertazioni, quale potrebbe essere, appunto, la persona che si volga a trarre oracoli dalla posizione delle stelle nel cielo e che non potrebbe che trarne sciocchezze. 
(per Ester Cresciullo)
[P.S.. Sull'origine della parola "strologo" il dizionario De Mauro lo ritiene coincidere con il termine "astrologo" caratterizzato dall'eliminazione (aferesi) della "a" iniziale. Tuttavia, l'uso locale del vocabolo sembra farlo derivare da un'origine più complessa. Come rileva Giuseppe De Vita, la derivazione da "extra logos" appare plausibile per quella idoneità a racchiudere la condotta di chi si ponga "fuori" dal "razionale", laddove l' "extra" è capace di racchiudere anche la nozione di eccesso e il "logos" contiene il termine "parola" o "ragione" (da questo punto di vista, lo "stròlogo" sarebbe chi ecceda nella dissertazione e si ponga per questo su una posizione critica rispetto alla ragione comune). Interessante anche la spiegazione tentata da Matria Mariana Sofia che richiama la parola spagnola "loco", ossia "pazzo, "fuori di testa" che potrebbe ritenersi plausibile come reperto linguistico derivante dalla dominazione spagnola in Italia che non esclude fusioni e adattamenti tra parlate autoctone di derivazione latina o greca con l'introduzione di nuovi idiomi derivati dallo spagnolo

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"VòITO"
Nel dialetto cilentano, "vòito" si può tradurre con "vagabondo"o "girovago", associato, però, ad una accezione negativa e lievemente spregiativa che delinea, più nei dettagli, una persona senza fissa dimora o caduta in disgrazia per vicende connesse ad una condotta irresponsabile o ad un destino avverso e, qualche volta, ridotta a "balordo". Si dice anche per indicare persona che nel suo girovagare si presuma viva di espedienti o che comunque non è inquadrabile in una categoria di mestieri.

Il "vòito" può anche assumere una accezione romantica quando indica una persona che, secondo i parametri dell'opinione pubblica vigente in un determinato microcosmo, non si presti ad assumere stili di vita sobri, slegato da remore, o che volontariamente decida di perseguire una dimensione ebbra di viaggio e per questo lasciare nella memoria altrui un interrogativo di vaghezza, come se nessuno ne potesse riferire una destinazione o un indirizzo tra le infinite vie del pianeta: "se ne partette vòito ppe' l'america".

"Vòito", per questo, è colui abbandonato al suo destino, irrecuperabile, non più in grado di rientrare nei ranghi. In un ideale ed immaginario consesso di saggi ed anziani contadini, abituati a cadenzare il tempo con le scadenze della semina e dei raccolti e con ogni incombenza che fosse utile alla sopravvivenza alimentare per sé e per la famiglia, sarebbe stato annoverato fra gli esempi di "vòito" anche Ulisse il quale, anziché pensare di tornarsene a casa a guerra finita e provvedere ad una moglie e al figlio, pensava bene di andarsene "vòito" per mari e per ninfe. 
Col termine "vòito" spesso le madri rimbrottavano i loro figli, colpevoli di allontanarsi di casa senza dare indicazioni del loro percorso o di intrattenersi in giochi futili a perder tempo: "'A iuto facenno 'u vòito appriesso a lu pallone mbece re aiutà a pàtrito a purtà le lèuna".