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Auceddià nel dialetto del Cilento

Verbo del dialetto Cilentano che pare non avere un omologo nella lingua italiana, almeno nel significato con cui lo si intende nella parlata cilentana. La traduzione letterale in lingua italiana dovrebbe restituirci la parola "uccellare" che, però, corrisponde a tutt'altra definizione nel vocabolario della lingua italiana.

Nel nostro dialetto l' "aucceddiàre" ha, invece, una sua accezione specifica comunque legata al sostantivo "aucièddo", ossia uccello.

Esprime la condotta o l'azione di chi vaga senza meta, va avanti e indietro senza un programma, gironzola spensierato e scriteriato.

È termine che associa ad un comportamento il volteggio degli uccelli nel cielo prendendo spunto dalle loro parabole imprevedibili.

 

La similitudine dell'azione umana con il volo anarchico degli uccelli spinge a cogliere nel significato della parola non solo il dinamismo arbitrario del volo, ma anche una forte componente sonora qual è quella che, appunto, accompagna il volteggio dei passeri con il loro cinquettìo insistito e pigolante, come lo si può ascoltare in primavera quando compongono una lunghissima fila sulle linee dei telefoni o della corrente o li si sentono assordanti e fibrillanti nella cupola di un albero.

Più precisamente, quindi, l' "auceddiàre" significa vagare e chiacchierare, andare a zonzo a spettegolare, intrattenersi in conversazioni scherzose o in pettegolezzi infiniti. La parola ricorre nel bollare di leggerezza una condotta, spesso giovanile, di chi dimentica invece più importanti obblighi, quali il lavoro o lo studio ("cché mmè vài auceddiànno", "pensàssi a fatià tu, mbèce re ì auceddiànno vòito", "nè, chiàmate a fìglieta ca auceddèia ra stammatìna mièzzo la chiàzza").

 

di Pasquale Feo