· 

Storia di donne Cilentane

Ci sono molti modi di parlare delle donne, ma troppi di questi dimenticano quando preziose le loro vite siano, più di una passerella, più di un aggettivo, più di troppe banalità. Non possiamo parlare di donne, di certe donne poi, solo perchè sono belle. Non possiamo nascondere l’orrore e la forza di certe storie, dietro un aggettivo come bella/brutta. Per  secoli è stato costruito, un recinto fatto di immagini angeliche, di amor cortese, di passi leggiadri e sguardi sognanti .

Parlare di donne non è facile Come mai? Forse perché bisogna usare le parole giuste? Certamente, ma non è così per ogni cosa? La storia che oggi voglio raccontarvi è lontana anni luce dalle vicende crudeli e di violenza che hanno sempre, in qualsiasi secolo, visto la donna oggetto di atrocità in proprio danno .

E’ una storia di abnegazione , altruismo e cuore materno, forse una delle vicende più emblematiche della storia Cilentana.

Era il 1915, lei si chiamava Donna Cecilia De Stefano Manfredi, godeva meritatamente la più alta stima da parte dei cittadini Agropolesi per le sue prodigiose e benefiche attività svolte, non solo nell’ambito cittadino. Prima guerra mondiale, molti dei nostri conterranei sono stati chiamati alle armi , molti sono partiti per il fronte con le poche cose che essi, a quel tempo, possedevano. Qui l’intuito della nobildonna che prendendo carta e penna pensò di inviare a tutte le donne del Cilento una lettera, chiedendo loro di contribuire a lenire le sofferenze dei valorosi soldati Cilentani . 

Poco avrebbero potuto fare per i nostri valorosi ma tanto sarebbe stato l’impegno di fornire loro indumenti , caldi per sopportare le rigide temperature delle trincee e dei campi di battaglia in un inverno che avanzava. 

Villa Cecilia - Agropoli 1915
Villa Cecilia - Agropoli 1915

Con il valido aiuto del suo consorte,  il Marchese Francesco De Stefano in pochi giorni acquistò quintali di lana volando paese per paese pregando, esortando ed incitando le donne ad una nobile gara di emulazione. Ed è cosi che trasformò Villa Cecilia, la più superba ed artistica villa di Agropoli  in laboratorio. I saloni dove tante volte l’avevano vista allegra e spensierata , dove tante volte si era divertita organizzando concerti e serate danzanti ora apparivano più affollati  e festanti che mai. Ma per le sale altra musica si udiva,  quella delle macchine da cucire  e del lavorio di tante donne e mamme Cilentane che  ininterrottamente fino a tarda ora proseguivano nel confezionare  camice, maglie, calze, passamontagna,  fasce addominali  e tutto ciò che poteva occorrere ai nostri valorosi. E quando tante mani gentili compivano il lavoro altre pietose dame continuavano il loro giro per i paesi  chiedendo a tutti il concorso e nessuno aveva  voluto negarsi. Sicuramente gesti come questi ricordano e segnano meglio quello che è il percorso di ogni donna, madre, moglie o sorella che non hanno bisogno di essere ricordate solo in alcuni giorni.  

Non dovrebbe esistere una giornata internazionale contro la violenza alle donne, come non dovrebbe  esistere uno schiaffo, seppur lieve, esso mina la fiducia in sé stessi, il rispetto, l’autostima. Mina il concetto di esistere come persona. E se l’offesa proviene da un familiare, le conseguenze sono ancora più devastanti. Tutti ti possono tradire, ma non la tua famiglia, sia essa padre, marito, figlio, o madre stessa.  I segni visibili spariscono. I segni lasciati nel profondo dell’anima rimangono imperituri e incancellabili.

Il corpo guarirà sino alle successive ferite fisiche. L’anima e la mente rimarranno tarate a vita; lotteranno sino a non chiedersi più né il perché né il per come, arrivando ad una muta rassegnazione e convinzione che così è. Violenza è un’azione violenta, una parola denigratoria proveniente da una persona cara, una atrocità compiuta nel nome della religione o di una cultura che contempla mutilazioni di parti femminili. Violenza è spegnere la gioia di vivere. Io,  celebro il 25 novembre invitandovi a riflettere su ciò che non si vede.