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L'insegnamento delle privazioni

Tante sono le storie personali, di uomini e vicende che si potrebbero riportare, ma  io, quasi sempre , prediligo  quelle che sono le narrazioni di persone comuni,  che durante il mio vagabondare nel Cilento incontro, un po’ fortuitamente, un po’ perchè ne sono sempre alla spasmodica ricerca; amo l’ascolto di racconti  di chi è nato in un’epoca diversa dalla mia, in cui tutto era più difficile ma al contempo vissuto con semplicità e naturalezza . Scrivo di una  lunga e ricca chiacchierata con “Ndonduccio” (Antonio), protagonista di una passata generazione, un contadino d’altri tempi, verace e autentico, determinato e fermo nei valori ma pragmatico quando occorre esserlo, abituato alle fatiche e alle difficoltà di una vita interamente dedicata alla sua numerosa famiglia e alla cura del suo orto e dei pochi animali da cortile rimasti . E’ con lui che mi sono intrattenuto, all’inizio volevo solo per qualche minuto, poi un vecchio adagio diceva “s’è fatta notte”, ascoltandolo in racconti lontani anni luce dalla mia seppur non vicinissima fanciullezza, perdendo la cognizione del tempo.

Lo trovo seduto sull’uscio di casa, intento a contemplare le macchine di passaggio. Incuriosito e speranzoso che possa essere il mio prossimo “tesoro” di aneddoti e racconti, mi avvicino deferente cercando di non impaurirlo,  ma capisco che il più è fatto quando mi sento dire. “Buongiorno dottò…a chi cercate?” Ed è a questo punto che mi presento e gli comunico quali sono le mie pacifiche intenzioni.  

Niente di più facile, ho trovato la persona giusta, uno scrigno pieno di memorie ed aneddoti per i quali non basterebbe un solo romanzo per riportarli.   Il suo racconto inizia con una frase, che a suo dire, il papà pronunciava più volte: “Vi lasceremo una gran cosa in eredità! vi lasceremo la ricchezza del povero”. Inizia il racconto dicendo:  – “ Io e i miei fratelli siamo cresciuti in un piccolo “maazzeno”( fattoria) e mentre i nostri genitori conoscevano il vero valore di quella ricchezza noi ragazzi imparammo a conoscerlo soltanto molto più tardi.

Avevamo poco a quel tempo, ma per noi era tanto, sapevo di tanti miei amici che vivevano in case peggiori della mia e molta era, per loro, la difficoltà di procurasi cibo, riscaldarsi o lavarsi.”

Continua – “ Oggi, quando faccio il bagno, il getto d’acqua fumante che riempie la vasca è una cosa che per me ha del miracoloso. Non c'era l'acqua corrente in casa, ma per molti anni nemmeno vicino casa,  per cui si doveva andare quasi tutti i giorni ad una sorgente lontana per l'acqua potabile o, per qualche comunità fortunata, presso i “lavaturi” (lavatoi) usati anche per il lavaggio della biancheria. Si andava assieme con la mamma e ognuno portava con se un contenitore secondo la capacità”; acqua che poi sarebbe servita per bere, cucinare e lavarsi.  “Quando ero piccolo, mamma faceva scaldare l’acqua sui fornelli e poi la versava in una tinozza tonda di metallo, dove ognuno di noi, uno dopo l’altro, poi,  avremmo fatto il bagno. Dopo il bagno, io ero colui che si prodigava a portar  fuori la tinozza stando attento a non versarmi  l’acqua sui piedi. La mamma mi raccomandava di andare a buttarla lontano, almeno ad una quindicina di metri, affinché non si formasse il fango sull’uscio di casa, o quando ve ne era bisogno la si usava per annaffiare l’orto.” A quei tempi, la luce nelle case non era ancora arrivata, e piccoli lumi a petrolio illuminavano le strade dei centri più importanti. Ndonduccio mi dice: - “Casa mia, era illuminata da un solo lume ad olio, stava lì poggiato sul davanzale del camino, era utilissimo, soprattutto per mia madre che nelle serate d’inverno usava sgusciare i fagioli secchi dalle bucce aride, utili, poi, al ravvivare del focolare quando l’avido camino aveva già divorato la razione di legna messa in serbo per la serata.”


Egli ricorda che: - “Nelle sere più fredde si raccoglieva la brace e si metteva, con un po' di cenere, in un contenitore chiamato "scarfalietto" (scaldaletto).  Questo lo si usava  come se fosse un ferro da stiro,  affinchè le lenzuola divenissero calde,  al contempo le asciugava dall'umidità facendole emanare un tiepido e profumato vapore; quelle sere entrare nel letto, dove stavamo anche in 3 o 4 era una felicità. In quelle gelide giornate, era normale svegliarsi al mattino contemplando meravigliati le finestre completamente decorate da cristalli di ghiaccio (nella parte interna del vetro),  Mamma o Papà avevano già provveduto ad alimentare il camino.” Ma riscaldare casa comportava la necessità di procurarsi la legna che non si poteva, ovviamente, comprare.  Era compito di tutti, compresi i ragazzi, raccogliere ed accumulare legna per l'inverno, mi dice : “ quando si andava in giro si tornava sempre con qualche fascina di legna trovata per la strada.”

Fare colazione, prima di andare a Scuola, non era da tutti, i pochi fortunati che avevano la possibilità di accudire una mucca o una capra avrebbero avuto il privilegio  di bere un buon bicchiere di solo latte. Oggi questo alimento, arriva fin quasi alla nostra porta, chiuso in bottiglie sigillate, fresco e puro. 


Ma negli anni dell’ adolescenza di Ndonduccio, prima di bere del latte, bisognava guadagnarselo, sgrassando il secchio e le lattiere, ripulire accuratamente il filtro di rete fitta prima di ogni mungitura. E non si poteva usare il sapone , perché quell’acqua sarebbe stata ancora nutriente dandola ai maiali. Poi c’era la Scuola, alla quale, questo è restato inalterato, si andava malvolentieri e Ndonduccio per cercare di evitare quella martoriante giornata, offriva allo sguardo degli sconsolati genitori la suola bucata delle sue uniche scarpe, alle quali l’operoso padre poneva rimedio ritagliando con cura un cartone della forma della suola che mantenesse quest’ultima piatta a terra, isolandola, per quanto puo' farlo un pezzo di cartone, dalle intemperie di un rigido inverno. Ora abbiamo la comodità del telefono, abbiamo l’automobile, niente più stalle da pulire, niente più legna ad raccogliere, giustamente i tempi sono cambiati. Abbiamo il magico tepore del termosifone ed interruttori elettrici, con i quali accendere magicamente lampade che non hanno bisogno di essere pulite. 

Ora capisco cosa intendeva il papà di Ndonduccio, quando diceva : “Vi lasceremo una gran cosa in eredità, la ricchezza del povero”, ovvero l’insegnamento delle privazioni che ti fa ricco per tutta la vita.


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