Tirando le somme

Un’altra estate è finita, un lungo periodo di riposo per tanti (non tutti) è giunto al termine. Come al solito,la bella stagione in questa mia terra, è ricca di eventi, manifestazioni e festini vari, alcuni interessanti, sono pregio e lustro per il territorio, altri invece si dimostrano il solito sbandierare a destra e a manca delle possibilità che insistono sul territorio e  poco vengono “sfruttate”, del fare, del si potrebbe..bla..bla..bla….

Evidentemente, a differenza di un vecchio bardo inglese, posso ben dire che non c’è (solo) del marcio nel Cilento. C’è anche un certo fervore intellettuale, a quanto pare (forse solo virtuale, ma è già qualcosa).

Lo testimoniano i giornali, i social, le discussioni da bar o da barbiere. Non esprimo, tuttavia, un giudizio finale in merito, riservandomi, come mio solito costume, di giudicare in seguito.

E’ l’incontro con un mio caro amico che le vicissitudini della vita hanno portato lontano dal Cilento, ormai sono 10 anni, che mi induce a riflettere. Vive e lavora a Ferrara, a metà strada tra la godereccia Emilia e l’operoso NordEst.

Una città meravigliosa, con ricchezza, benessere ed un amore verso la cultura che non ha probabilmente eguali. Mi dice: “Ogni mio ritorno nell’amato/odiato Cilento era (ed è) motivo di sconforto per ciò che non va, ed immensa gioia per quello che io chiamo il nostro paesaggio dell’anima.” Un paesaggio dai colori forti, passionali, ma sfumati nei contorni, nelle linee. Popolato da gente umile, profondamente e, forse, orgogliosamente incolta; scaltra nell’approfittare e generosa nell’offrire un piatto in più all’inaspettato commensale, perché, come ci hanno insegnato, “addò ne mangia uno ne mangiano ruie”; capace di aggirare la legge all’occasione, e desiderosa di partecipare con devotissima riverenza ai riti sociali annuali (processioni, feste patronali ed affini).

In altre parole ciò che qualcuno ha chiamato “il mio Sud”.

Bene, questo mio Sud, questo mio Cilento, ha bisogno di una bella scrollatina!

Ingannevolmente ho riposto notevole fiducia nella ventata di rinnovamento che le tante forse troppe discussioni pubbliche sul “fare” hanno interagito con il mio vivere quotidiano. Dicevo, di aver assistito, in questa estate, ad alcuni dibattiti sulle potenzialità del territorio (per campanilismo intendo quello interno), di come esso potrebbe e dovrebbe essere portato in auge, quello che si potrebbe, dovrebbe offrire, quasi un rituale di assunzione di responsabilità nel voler rendere queste terre, ospitali, vivibili, comunitarie, fruttuose; qualcosa si muove! pensai... eppure tutto sembra immobile. Mi contraddico? Non credo. L’assunzione di responsabilità di cui sopra è, a tutt’oggi, alquanto disattesa. Certo, non si respira più quell’aria ammorbante degli ultimi anni (quasi da Cristo si è fermato a Eboli), ma la prassi amministrativa è rimasta, ancora una volta, nelle discussioni dei vari agglomerati partitici di maggioranza che cercano di spavaldeggiare su non si sa bene quale importante scenario. Cosa dedurne? Probabilmente, non esiste in Cilento una qualche forma di classe dirigente che sia in grado di fare politica, intesa non come mera amministrazione, ma come guida etica e laica nella pianificazione delle attività a reale sostegno dello sviluppo del comprensorio.


In questo concordo pienamente con i miei numerosi compaesani che ravvisano nel turismo l’unica vera risorsa. Un turismo che faccia perno sulle nostre più radicate tradizioni in termini di gastronomia, accoglienza, ambiente ed archeologia, sulla scia di quel “Cilento d’amare” che, forse discutibilmente, è riuscito a ritagliarsi un posto ragguardevole nel circuito internazionale. Naturalmente paghiamo lo scotto di non avere strutture ricettive adeguate, un tessuto sociale di imprenditori volenterosi. In altre parole non abbiamo la predisposizione mentale ad una simile transizione. Come raggiungerla?

Di certo non con le parole (come le mie) spese male e, spesso, controvoglia. Non con il turismo di richiamo fatto solo di abbuffate mangerecce per lo più delle volte “costruite” per mero guadagno , né, tantomeno, si può pensare di fare dei nostri borghi o centri storici una location suggestiva per la movida, quando la gente che vi vive lamenta il chiassoso vociare notturno o malvolentieri acconsente a mantenere il decoro della propria abitazione nel rispetto del valore architettonico della zona in cui dimora. E’ palese una deficienza mentale.

Chi ci amministra dovrebbe  assumersi un impegno gravoso e, in ciò, rivoluzionario: passare dalle parole ai fatti. Rivoluzionario, naturalmente, per questo paese, dove fare amministrazione è stato sempre un modo eccellente per garantirsi lauti compensi impegnando poco la materia grigia.

 

di Alessandro Giordano

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