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Come era la famiglia in Cilento

 

 

di

Alessandro Giordano

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Nel Cilento non si usa o usava quasi mai il termine famiglia per intendere soltanto il marito, la moglie e i figli.  Per noi la famiglia è qualcosa che si avvicina molto di più ad un clan.

E’ il complesso di numerosi parenti diretti e non, vicini e lontani.

Molto diverse erano gli “assemblaggi” familiari di una volta, insieme con una coppia di coniugi vivevano spesso i figli  con le proprie mogli e rispettivi figlioli e talvolta se questi ultimi erano già in età di essere sposati anche i figli dei figli. La donna anziana della casa, di solito la suocera, governava questo impero dando prova di abilità, di competenza amministrativa e qualche volta di tatto.

Oltre ai consanguinei, vivevano a volte, nella stessa casa, parenti meno prossimi che per un motivo o per l’altro, avevano diritto di far parte di questa vasta organizzazione familiare; una cugina vedova, uno zio che non aveva una sua famiglia, una zia nubile.

Tutti i parenti che abitavano vicino  o lontano avevano diritto di venire a fare una visita che poteva durare anche delle settimane e nessuno avrebbe mai trovato inopportuna la loro presenza. Dopo tutto non è questo lo scopo della famiglia?

Ricordo che una famiglia, abitavano poco distante da casa mia, tutti i giorni ad un orario ben preciso, riceveva la visita di un loro lontano anziano cugino; egli lo faceva non per godere della loro compagnia, ma soltanto perché era troppo tirchio per comprarsi il giornale.

Tutti i pomeriggi, intorno alle cinque, ad alternanza, membri della famiglia, preparavano una seggiola in giardino, con sopra il giornale fermato con un sasso affinchè il venticello pomeridiano non ne scompigliasse i fogli. Il cugino arrivava, si accomodava in giardino, ammirava gli splendidi colori del tardo pomeriggio Cilentano, leggeva il giornale ed andava via, spesso non scambiava nemmeno una parola con uno degli astanti o con me che incuriosito lo guardavo dal balcone.

Mi sembrava strano, ma poi capii che nella mentalità dei Cilentani, i confini della famiglia sono vastissimi. Nessuno di coloro che ne fanno parte, e tanto meno un parente anziano, anche se non consanguineo, veniva allontanato perché indesiderabile. Tutti continuavano a far parte della famiglia, amati e rispettati.

 

Da bambino, poi,  assistetti al discorso tra, un mio lontano parente rientrato da poco dagli Stati Uniti d’America ed alcune persone che, facendogli capannello intorno, morivano dalla curiosità di ascoltare le sue avventure esotiche in quel nuovo Paese. Fra tutte, la domanda che mi parve più interessante fu posta da una vecchina del rione, mezza cieca e quasi sorda: <<Dimmi, è vero che all’ America ci sono delle donne vecchie che vivono sole?>> –  << Si >>, ammise l’emigrante, << non sempre c’è posto per i vecchi nella casa dei nuovi sposi>> –  << Oh>> – sospirò Lei –  << Che tristezza! >> –  << Ma i vecchi>> – si sentì rispondere – << in America spesso preferiscono avere una casa per conto loro>> – << Non parlavo dei vecchi >> – ribattè Lei con tono secco e spazientito –  << Volevo dire che è triste per i giovani.>>

In ogni famiglia dell’antico Cilento non soltanto c’era posto per tutti, ma c’era veramente bisogno di tanti parenti e del contributo di ognuno di essi. In queste case esisteva sempre un senso di considerazione per una quantità di persone che potevano,  forse,  anche non andare a genio a tutti, ma che comunque rispettavano. Ma come era possibile in un ambiente tanto affollato trovar posto per se stessi, per dare sfogo alle preferenze, ai gusti, alle capacità individuali? Era possibile, grazie all’arte tutta Cilentana di essere soli in pubblico. 


Ma se la capacità di essere soli in pubblico era oltremodo apprezzabile era altrettanto necessario andare d’accordo con tutta  una schiera di persone, le più disparate che non si erano reciprocamente scelte di spontanea volontà. Idealmente, la persona formata dalla famiglia Cilentana imparava a trarre dai rapporti con tutti i propri simili, non soltanto con quelli che non si è scelti, un arricchimento e non un impoverimento della vita. Imparava, attraverso tali rapporti, ad allargare e non a restringere  la propria visione della società in cui viveva. In altri termini il mezzo per sopportare i rapporti che non si sono scelti e quello di servirsene per ricaricarsi.

Come si poteva arrivare a tanto? Consentitemi di dare qualche indicazione.

Ripensate alla Suocera che reggeva una famiglia di tipo tradizionale.

Ella doveva essere arbitro delle liti, la consolatrice dei dispiaceri, la confidente, la consigliera negli inevitabili problemi derivanti dalla vita in comune, una fonte di forza spirituale. Ma questo era possibile soltanto se alla base di tutto c’era il rispetto per gli altri, non soltanto per i giovani, ma anche per i vecchi, non soltanto nel senso della gratitudine che ciascuno doveva e deve ai propri genitori, ma per l’effettivo valore che si attribuiva alla loro presenza e a quel che essi potevano fare per contribuire all’esistenza di quanti vivevano con loro.

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