I "lavaturi" del Cilento

Il Cilento, ieri come oggi, è sempre stato un territorio ricco di acqua. Elemento primario per la sopravvivenza di un popolo ma anche una “comodità”, visto che la totalità dei paesini, soprattutto quelli dell’interno, un refolo d’acqua o un piccolo ruscello utile al prelievo di acqua pura ed incontaminata, era sempre a loro disposizione non lontano da casa. L’acqua, usata per svariati motivi soprattutto per dissetarsi, per l’igiene personale ma più di ogni altra cosa per lavare i panni. Ed in alcuni borghi del Cilento, ancora oggi sono visibili alcune strutture, realizzate di solito dalle amministrazioni pubbliche dell’epoca, diversi risalgono ai primi del ‘900, i cosiddetti “lavaturi” – lavatoi, utilizzati dalle donne del luogo per il lavaggio della biancheria.

Fino agli anni sessanta del XX secolo, i panni venivano lavati a mano nei “lavaturi”, o  al fiume; essi divenivano punti d’incontro e di socializzazione, erano posti dove si sparlava e si mettevano in piazza i fatti di tutti, era qui che si raccontavano i fatti e i misfatti del giorno e si orchestravano i più piccanti pettegolezzi sulle persone più in vista del paese, allo stesso tempo si creavano amicizie molto strette e ci si aiutava in caso di bisogno. Difatti alcuni dei luoghi più importanti del paese erano le fontane o i lavatoi.

Di solito il lavatoio era situato fuori del paese, qualcuno, pochi a dire il vero,  dentro i grandi portoni dei palazzi dove abitavano cinque o sei famiglie. I “lavaturi”, provvisti di fontane avevano la cannella con l’acqua sempre corrente ed erano fornite di due vasche: in una si lavavano i panni e nell’altra si risciacquavano. 

Di solito i panni in una famiglia, era l’epoca in cui si viveva in nuclei familiari allargati e si arrivava facilmente a 10 persone e il cumulo della biancheria riempiva decine di ceste, venivano lavati dalla madre e dalle figlie, poche erano le  lavandaie di professione, povere persone che giravano per le case delle famiglie benestanti e che si accontentavano di venir pagate con formaggio, pane, olio o pochi soldi. Complicata e dispendiosa in tempo questa operazione, i  panni, dopo essere stati lavati e portati a casa, venivano imbiancati con la cenere.  I “lavaturi” erano di due tipologie: uno più strutturato, con tettoia di copertura e larghe e lunghe lastre di pietra all’interno di un fossato costruito a fianco dell’acqua corrente, che consentiva un utilizzo in piedi più comodo ed ergonomico; l’altro, più semplice, dotato di una pietra più piccola sulla quale sbattere i panni, appoggiata direttamente sulla riva del ruscello da utilizzarsi in ginocchio, sulla nuda terra, molto più scomodo e stancante. Una volta, ogni settimana o mese si svolgeva il rito del bucato più piccolo mentre in primavera quello voluminoso (come lenzuola o asciugamani), perché era il periodo migliore per l'abbondanza di acqua data dal disgelo. 


Quasi con ferocia, le lavandaie sbattevano a  forza i panni sulla pietra, operazione importante per eliminare qualsiasi residuo che poteva danneggiare il tessuto o lasciare aloni. Prima di metterlo ad asciugare, il bucato andava strizzato ben bene: i capi tenuti fra due donne, facendoli girare in parti opposte, poi veniva  disteso sui prati per l’asciugatura o sui cespugli per evitare che animali potessero calpestarli.

I detersivi del tempo, oltre a cenere e sapone, erano: varichina, soda, borace, calce, caolino e il preziosissimo aceto. Per inamidare i capi, invece, si facevano bollire delle bucce di patate e, in quest'acqua, vi si immergevano i panni. Il risultato finale era perfetto e non costava nulla, e se capitava di lavare a casa i panni, l’acqua rimasta nel mastello la si utilizzava per lavare i panni colorati e, addirittura, per lavarsi i capelli che acquistavano in brillantezza. Nulla era buttato, tutto veniva recuperato e l’inquinamento era una parola ancora sconosciuta. Grazie ad alcune Amministrazioni Locali, molte di queste opere sono state riportate agli antichi splendori,  anche se a molti potrebbe apparire un lavoro inutile, ma è importante anche rivalutare queste piccole e preziose testimonianze di un passato che ci appartiene. I “lavaturi” vere e proprie installazioni artistiche , elementi che danno forma all'acqua, caratteristici nella vita di questo territorio. L'acqua è "sorgente di vita ma anche elemento da sempre indissolubilmente legato al destino del Cilento, elemento imprescindibile anche per la formazione delle strutture architettoniche montane di questo spicchio d’ Italia.

 

di Alessandro Giordano

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