Il "Culto" del Glorioso Alberto

Alberto Gonnella - foto da Wikipedia
Alberto Gonnella - foto da Wikipedia

La curiosità, a volte, porta a scovare nei meandri “internettiani” storie che non si conoscono, non lontanissime da noi sia temporalmente (parlo per me) che geograficamente e che, anche se non sono parte del Cilento raccontato, insistono comunque in quella Cultura, a volte arcaica, presente negli anni passati nel meridione d’Italia.

Il culto del Glorioso Alberto è ed è stato un fenomeno religioso extra-canonico, iniziato negli anni cinquanta, che ha visto e tutt’ora vede protagonista  il borgo di Serradarce, nel comune di Campagna.

Qui, negli anni '60, venne eretto anche un apposito luogo di culto, "il tempio" che vien denominato "del Beato Alberto", divenuto un simil-santuario, meta di importanti pellegrinaggi provenienti soprattutto dal territorio  Campano, dalla Basilicata, ma anche da emigrati all’estero che conservano nei loro ricordi la vicenda ed i relativi strani fenomeni che l’hanno circondata. La storia del culto ha inizio nel mese di ottobre 1956, con un episodio piuttosto inconsueto di possessione di una donna analfabeta non da parte del demonio, ma di una cosiddetta "anima buona".

La donna era Giuseppina Gonnella, nata nel 1914 a Campagna, madre di cinque figli; l'anima buona era quella di Alberto Gonnella, giovane nipote della donna, con un'esperienza da seminarista alcuni anni addietro, morto tre giorni prima, della fantomatica possessione,  in circostanze tragiche, in località Saginara .

Alberto,  ventun’ anni, era rimasto incastrato sotto il piano ribaltabile di un camion, investito durante una manovra maldestra di suo zio Vincenzo Gonnella, fratello della donna e del padre della vittima.

La tragedia iniziò a destabilizzare la coesione parentale, innescando un clima di tensione e mettendo in luce comportamenti interpretabili come prodromi di una faida, annunciata dalle minacce di vendetta e di morte indirizzate dal padre di Alberto al fratello colpevole del delitto. In questa atmosfera di sofferenza e strazio, la mattina del 29 ottobre,

mentre la salma era ancora custodita nella camera mortuaria del cimitero, in attesa del previsto nulla  osta per la tumulazione, Giuseppina Gonnella si recò a rendere visita ai genitori di Alberto. Si trovava nella stanza da letto appartenuta al defunto, quando giunsero le 8:34: in quell'attimo, che coincideva in modo preciso con l'ora della morte del giovane, la donna venne assalita da terribili dolori alle gambe; svenuta e distesa su un letto dai parenti, sarebbe sprofondata in un sonno catalettico durato ventiquattro ore. Al risveglio dal torpore, la donna iniziò a parlare in nome del nipote morto, pronunciando profezie e riferendo alcuni dettagli realmente accaduti alle esequie, ma che la donna, non avendo preso parte al rito funerario, avrebbe dovuto ignorare.

Ma, è il racconto del giornalista Oreste Mottola (orestemottola@gmail.com - QUI l’articolo originale) che ci riconduce a quell'epoca ed analizza i fatti accaduti nel ventennio che va dal 1950 fino al Gennaio 1972 con la morte della medium, Giuseppina Gonnella “la maga del Cilento” così come titolava “Paese Sera” nell’edizione del 12 Gennaio 1972.  

<< L FATTO. Negli anni ’50 a Serradarce, in Campania, un bambino muore travolto dal camion guidato dallo zio. Alla grave crisi familiare, il padre vuole ammazzare il fratello, sembra trovare una risoluzione la zia: Giuseppina Gonnella. Sarà lei a dichiararsi posseduta dallo spirito del giovane ed ogni giorno riceverà migliaia di pellegrini per ascoltarli e concedere grazie a risoluzione dei piccoli e grandi problemi di ogni giorno. Sarà uccisa da un devoto che non ha ricevuto alcun beneficio dal potente intervento della donna. Dopo trentadue anni il culto, mai riconosciuto dalla chiesa, continua.

INTRODUZIONE – Comunque la si giri questa è una storia di soldi e di bugie. Soldi, tanti, mai cercati, ma spontaneamente dati. A palate. E bugie dette a fin di bene. Di un’ingenua messa in scena che ha coinvolto tanta gente degli anni più travolgenti del boom economico. Da una parte c’è Francesco Manganello pochi soldi fatti saltando i pasti in una baracca della Germania, lavoratore edile, manovale, emigrato come tanti a Trentinara ma anche di più perchè di troppo nella nuova famiglia che la mamma si è rifatta dopo essere rimasta vedova.

Interno del "Tempio " di Alberto - 1970 - foto di Claudio Barbati
Interno del "Tempio " di Alberto - 1970 - foto di Claudio Barbati

Giuseppina Gonnella in Ospedale ad Eboli
Giuseppina Gonnella in Ospedale ad Eboli

Ritorna al paese, e come per rivalsa i suoi soldi li investe in un camion e una macchina. Ma non bastano mai e i suoi sacrifici da emigrante con la valigia di cartone sono messi in discussione da cambiali che scadono. E quella speranza vana di vincere alla lotteria e sbaragliare tutti problemi. Dall’altra parte c’è “una vicenda di sapore medioevale”, con una ‘santona’, una ‘veggente’ alla quale mezza regione porta da mille a diecimila lire alla volta. Dichiarerà il successore del vescovo Palatucci: “Per la famiglia Gonnella, Sant’Alberto è una grande azienda che procede a gonfie vele per l’ignoranza e la creduloneria della gente. La veggente non è che una volgare fattucchiera. I grandi ‘manager’ sono i tassinari e le ditte autotrasportatrici che risolvono così il problema di far quattrini”. Della partita è anche il cantante Aurelio Fierro, interprete del “45 giri” con “l’inno a Sant’Alberto”. Poi ci sono i paesi di origine. A Campagna c’è la presenza dello spiritismo con la colonna taumaturgica di S. Antonino abate, un santo esorcista nato qui, e “la colonna” da secoli è il punto di riferimento, non solo per la zona ma da tutto il meridione, per liberare uomini e donne dalla “possessione” del diavolo. A Trentinara, piccolo paese dalle risorse scarse, si è sedimentata una cultura, un’arguzia, che fa capace anche l’ultimo dei contadini di “non farsi passare la mosca davanti al naso”. Provate a chiedere nella vicina Capaccio. “Perchè io devo lavorare anche la notte e questa piglia per scemi tutti’”. Alla domanda Francesco Manganelli risponderà imbracciando una lupara e facendo fuoco. . Fermiamoci momento, quella è una mente vicina al corto circuito, perchè dopo aver espiato la pena Manganello tornerà alla violenza contro le donne. Ora anche lui non c’è più su questa terra, così come la sua santona. Si è fatto distruggere dalle sue ossessioni: i soldi e le donne. ‘Presto sarò su tutti i giornali’ proclama nella piazza di fronte al Municipio. Detta così sembra una sbruffoneria senza senso. Poi tutti capiranno a cosa aveva in testa. Un omicidio premeditato allora’ Non è per l’ira di un momento’ Solo perchè i suoi numeri non sono usciti alla Lotteria’ Forse. Oppure no.


A Manganelli quel mercimonio non andava. Un suo amico racconta: ‘Quella donna la conosceva. Non la stimava. E gli avevo raccontato di quando gli portai mia figlia per via di una malattia alla spina dorsale. ‘Dagli acqua, erbe ed olio’, mi disse’. Una storia che andava stroncata sul nascere scriveranno in coro gli inviati dei vari giornali.

IL PARROCO. C’è chi non è stato con le mani in mano. A Serradarce il sacerdote don Cesare Matani si batteva contro la superstizione. E’ morto il 13 aprile del 1971. “Non credeva in Sant’Alberto”, disse la maga “perciò è morto”.

L’OMICIDIO. “Presto troverete il mio nome su tutti i giornali”, disse in paese. E così fu di parola Francesco Manganelli. Agì all’alba dell’11 gennaio del 1972, nel “Tempio del Beato Alberto”, luogo di culto cattolico “non ufficiale”, una mattina presto davanti a qualche centinaio di persone. Da solo, dirà il processo. Con cappotto col bavero alzato, sciarpa ed occhiali neri Francesco Manganelli è irriconoscibile perfino al gruppetto di fedeli del suo paese, Trentinara, che ha appena trasportato con la sua automobile. In mano ha una grossa borsa, “pezzi di ricambio e cibarie”, dice a chi gli chiede cosa ci sia. Dentro c’è un fucile a canne mozze, una lupara, uno di quelli che nelle sue montagne usano per la caccia al cinghiale. E’ il bazooka dei poveri. Manganelli spara due colpi perchè la prima volta una donna si alza e lui devia la mira per non prenderla. Il bersaglio è più grosso.

 

Francesco Manganelli di Trentinara
Francesco Manganelli di Trentinara

“Accumulava denaro truffando il prossimo. Io faccio il camionista. Trascorro intere notti al volante di un autocarro, eppure quasi muoio di fame. Lei invece si arricchiva senza lavorare, fingendo di essere la sacerdotessa di un santo inesistente”. Queste sono le prime parole Francesco Manganelli, 37 anni, dice ai carabinieri. Almeno così le ha trascritte Vittorio Paliotti, sul n.5 di “Oggi” del 29 gennaio del 1972. “Quel giorno Manganelli era vestito in maniera ancora più dimessa del solito”, aggiunge Paliotti. L’omicida è tra i fedeli che affollavano il “Tempio del Beato Alberto”, un altare centrale, un grande crocefisso, statue della Madonna e una di Alberto, una scalinata di 33 gradini di granito, “la Scala Santa”, porta alla sommità con un scultura di bronzo di bronzo che riproduce la pietà di Michelangelo. Lei è Giuseppina Gonnella, 60 anni, grossa e robusta, cinque figli avuti dal ciabattino Natale Caponigro: faceva prediche, formulava profezie e scagliava anatemi in nome di Sant’Alberto Glorioso, il nipote morto 15 anni prima. “La lupara purtroppo è stata più potente del Beato Alberto”, è l’incipit icastico dell’articolo che Mario Perrotta scriverà su “Il Tempo”. Manganelli sparò il primo colpo, ma proprio in quell’istante una donna davanti a lui balzò in piedi e gli fece involontariamente alzare il fucile. Sparò allora il secondo colpo, che andò a segno. Poi si tolse rapidamente il cappotto, la sciarpa e gli occhiali, gettò il fucile lontano e tentò di fuggire. Ma la folla lo riconobbe. Volevano ammazzarlo e ci sarebbero riusciti se non fossero arrivati i carabinieri. I carabinieri faticarono per sottrarlo al linciaggio della folla. L’uomo, nonostante l’evidenza dei fatti, si difendeva: “Lasciatemi, lasciatemi, non sono stato io, se mi lasciate vi dirò chi è stato. Cercate un uomo che se ne è andato a bordo di una Fiat 124″. “Cosa credi di aver fatto’ Puoi uccidere un essere umano, ma non ucciderai mai la fede”, gli urlano. Manganelli riesce a temporeggiare, arrivano i militi dell’Arma, e così ha salva la pelle. Lo aiuta anche la circostanza che vede i più distratti a cercare di portare soccorso a Giuseppina Gonnella, che pur abbattutasi in un lago di sangue ai piedi della statua del Beato Alberto, era ancora viva e bisognosa di aiuto. Giuseppina Gonnella morirà quattro giorni, all’ospedale di Eboli.

IL COLPEVOLE. Francesco Manganelli solo l’estate prima è tornato dalla Germania a Trentinara. In paese è benvoluto. Non è un modo di dire. Ha fatto da “compare” ad almeno quaranta persone. Con quanto aveva risparmiato, mangiando pane e cipolla nelle baracche tedesche, aveva comprato (in società con un amico) un camion per il trasporto di merci varie. Aveva anche un’automobile con la quale accompagnava i compaesani nei vari pellegrinaggi. Davvero un bravo ragazzo, uno che la vita l’aveva dovuta affrontare in salita. Rimasto orfano giovanissimo, sua madre si era risposata e aveva avuto altri figli. Antonio Cozzi, un suo amico di Trentinara, racconta a Piero Poggio (Gente n.4/1972) come Manganelli ultimamente avesse però bisogno di soldi per onorare delle scadenze. “Presto il mio nome sarà sui giornali”, disse a più di uno verso la fine dell’anno. Solo perchè comprava dei biglietti della Lotteria di Capodanno’ Quando è arrestato, i carabinieri gli troveranno in tasca una decina di biglietti della Lotteria. Da qui nasce la voce che la Gonnella avesse promesso a Francesco una grossa vincita. L’estrazione c’è ed il nome di Manganelli non è su tutti i giornali. Passa qualche settimana e c’è. Per l’omicidio della santona. Invece no. Non è vero niente. Smentiscono quelli che lo conoscono e gli stessi familiari della Gonnella. L’amico Cozzi testimonia: “Fino all’ultimo è rimasto con noi allegro e scherzoso. E’ vero conosceva la Gonnella, l’aveva vista parecchie volte quando accompagnava i pellegrini. Aveva sempre avuto un’opinione negativa della guaritrice. Lui diceva che ti poi aspettare da una che ordina acqua, erbe e olio per tutte le malattie e poi vogliono la diecimilalire di offerta’”. Ecco, a Trentinara, s’avalla quell’impeto di rabbia “etica” che è scattata in Francesco Manganelli che è costretto a vivere di lavoro mentre vede chi si fa “i miliardi con la dabbenaggine popolare”. Versione di comodo. Tanto per dare delle ‘attenuanti’’ Sì, se poi si guarda a cosa accadrà dopo a Manganelli.

Giuseppina Gonnella, la vittima, al giornalista Piero Poggio, che l’aveva incontrata l’anno prima, apparirà così : “è una contadina benestante, con le dita delle mani cariche di anelli, i capelli scuri raccolti in una crocchia dietro la nuca, gli occhi azzurri sempre spalancati in uno sguardo allucinato. Quando si ‘trasformava’ nel nipote parlava in un suo difficile dialetto, un miscuglio di arabo, di latino e di italiano volgare”. Aveva al suo attivo quindici anni turbinosi. Con una tempestiva un’intuizione brillante non solo salva la pace familiare ma fa fare alla sua famiglia una veloce scalata sociale. Da contadina sposata ad un ciabattino e cinque figli a carico a protagonista di una vicenda “di sapore medioevale” (come scrivono tutti i cronisti).

 

L’INDUSTRIA DELLA SPERANZA A BUON MERCATO. “Accorrevano anche mutilati, ciechi e paralitici. Affetti da malattie inguaribili. Nei primi anni Sessanta gli studi medici della zona cominciarono a non vedere più pazienti. Per far fronte a questa marea, Giuseppina Gonnella fu costretta a distribuire dei contrassegni numerati affinchè ognuno potesse accedere, ordinatamente, al suo cospetto. Ma lo spazio non bastava più e così la casa della Gonnella fu ingrandita. Al falso santo venne elevato un altare colmo fiori ed ex voto. Contemporaneamente a Serradarce prosperò una vera e propria industria di souvenir: foglietti, portachiavi, soprammobili con l’immagine di Sant’Alberto e dischi con le prediche di Giuseppina Gonnella nella sua strana lingua”. Del disco di Aurelio Fierro si è detto già. Il resto lasciamo ad un libro, ‘L’industria del santino’ di Giuseppe de Lutiis, uscito nel 1972: ‘Ora come è noto Giuseppina Gonnella, sacerdotessa del beato Alberto, è stata uccisa: è troppo presto per dire se questa svolta segna l’inizio di un nuovo rigoglio o la fine del culto di Alberto.

La storia di Serradarce è ormai nota a tutti, i giornali ne hanno parlato ampiamente a gennaio, in occasione dell’assassinio della «sacerdotessa». La fortuna di Giuseppina Gonnella la fece involontariamente il vescovo della zona, che nel 1964 proibì l’ingresso in chiesa alla donna e ai suoi fedeli. Da allora la fama dei Gonnella è cresciuta vertiginosamente: nel 1968 hanno costruito il «tempio» a tre navate dove la donna ha «ricevuto» ogni mattina l’anima del nipote, che «parlava» attraverso lei ai fedeli. La frequenza media era di 500 persone, con punte di 10 mila ogni 26 ottobre e un totale annuo di 200 mila persone. Ciascun fedele versava almeno mille lire in denaro liquido, poi fuori del «tempio» poteva comprare santini, portachiavi, libretti, altarini e dischi nel negozio gestito dalla mamma di Alberto. I Gonnella avevano evidentemente imparato dalla chiesa a creare il monopolio delle vendite di oggetti sacri, in modo che nulla andasse in tasca ad estranei. La proprietà del bar, del ristorante e di altri negozi da parte di parenti completava l’oligopolio. Un’azienda ben avviata insomma, quella che il colpo di lupara dell’11 gennaio ha posto in crisi, con un incasso netto di 500 mila lire al giorno, oltre alle offerte extra e agli utili derivati dalla vendita di souvenirs. Sopravviverà alla fondatrice questo colossale fenomeno d’idolatria’ ‘.De Lutiis, Giuseppe: Tratto dal libro’L’ industria del santino”. Rimini, Guaraldi, 1973.

I GIORNALI. I titoli dei giornali dell’epoca scorrono nel bel documentario di Luciano Blasco che è possibile facilmente vedere su Internet all’indirizzo: http://www.dds.it/mostre/verso_sud/modem/itinerari/21s_alberto.html

si parla di: ‘Il diavolo in corpo’ ‘ ‘Il morto che parla’ ‘ ‘I magliari di Dio’ ‘ ‘Realizza milioni con i raduni mistici del nipote santo’ ‘ ‘Fanatismi ed affari nel piccolo paese del salernitano’ , scorrono in successione. Così la stampa del tempo raccontò l’avvenimento. Un misto di denuncia e condiscendenza. Il delitto poi viene accostato ‘Canzonissima’, popolarissima trasmissione tv del tempo ed alla sua lotteria. ‘Uccisa per il mancato miracolo di Canzonissima’ Titola ‘Gente’.

Il ‘corto’ di Luciano Blasco su testi di Annabella Rossi restituisce in dieci minuti voci e volti di un Sud ancora contadino. La ‘fascinazione’ raccontata da Carlo Levi e rilevata da Ernesto De Martino è ancora tanto vicina e presente nei più. Il loro documento è posteriore all’omicidio, che rappresenta la rottura dell’incanto poichè permette l’accendersi delle polemiche sull’aspetto ‘affaristico’ del culto. La processione è sempre imponente: ‘Vulimm ‘a a vista’, urlano le anziane con la corona in mano. Ed altre fanno le eco: ‘Alberto prega per noi’, mentre c’è chi urla stizzita al cameraman ‘Alberto fa le grazie!’.

Vittorio Paliotti scriverà: ‘Alberto sono invasato dal demonio. Puoi cacciarlo’ ‘, chiedevano alla donna in trance. E lei tranquillamente: Certo!. Recita tre Pater, Ave e Gloria e versa questa polverina nel cibo’. Ovviamente, dopo il colloquio con sant’Alberto Glorioso o meglio con Giuseppina Gonnella, molti malati si sentivano bene per effetto della suggestione e quindi lasciavano nelle mani della ‘santa’ un’offerta volontaria, per lo più mille lire’. E poi Piero Poggio di ‘Gente’ : ‘La folla si stringeva attorno a lei che cadeva in trance, come in preda a una crisi epilettica; a un tratto riappariva normale, ma diceva di non essere più lei, di essere Alberto e parlava a lungo, predicava rispondeva alle invocazioni dei fedeli. Poi si ritirava in una specie di ufficio attiguo al tempio e riceveva coloro che avevano una grazia da domandarle: cinquanta, sessanta persone ogni giorno. Non chiedeva denaro, ma tutti lasciavano un’offerta’.

I FAMILIARI. C’E’ UN MANDANTE

Durante il primo interrogatorio Francesco Manganello ammise la sua colpa e disse di aver assunto il ruolo del giustiziere poiché le autorità non erano riuscite a porre fine alle buffonate della Gonnella che sfruttava la dabbenaggine della povera gente.

Mario Gonnella, figlio di quel Vincenzo sotto il cui camion trovò la morte Alberto, proprietario di un bar nei pressi del santuario, ci dice che esistono elementi che fanno pensare ad un delitto su commissione, decretato forse da santoni ed indovini concorrenti della ‘zia’.

Non si fanno nomi, ma i carabinieri non trascurano indagini in questo senso e hanno interrogato alcuni ‘maghi’ di Salerno ed Avellino.

‘Non ci convince’, insistono Mario Gonnella e gli altri parenti della donna uccisa ‘quello che dice l’assassino a giustificazione del suo gesto. Abbiamo visto quell’uomo nel nostro bar la mattina di lunedì. Il tempio era rimasto chiuso per una decina di giorni in occasione delle feste di fine d’anno e quel giorno c’era molta folla. C’era anche una troupe della televisione venuta per fare un servizio su ‘La zia’ e sul ‘glorioso Alberto’ e probabilmente Francesco Manganelli ritenne di non potere mettere in esecuzione tranquillamente il suo piano. Lo vedemmo allontanarsi, verso sera. Il mattino dopo, molto presto, era di nuovo qui. ‘Si mescolò alla folla e aspettò il momento in cui la zia diventò Alberto.

ALL’ESTERO E CASA PER CASA

La sua fama varcò gli angusti confini nazionali. Alcuni salernitani emigrati in America fondarono a New York fondarono delle comunità di devoti di Sant’Alberto Glorioso. La predicazione veniva fatta direttamente a domicilio. Installò un altoparlante su una macchina e prese a percorrere in lungo e largo i paesi del salernitano. ‘Popolo, sono Sant’Alberto in persona. Vi parlo per bocca di mia zia. Venite tutti a Serradarce a pregare davanti al mio altare!’. >>

 

di Oreste Mottola - orestemottola@gmail.com  -  l'articolo è tratto dal blog di Oreste Mottola QUI trovate l'articolo originale

 

Un reportage fotografico del "culto" di Ferdinando Scianna lo trovate QUI

 

Altre notizie tratte da: Annabella RossiUn nuovo culto. Lettere ad Alberto, in «Conoscenza religiosa», rivista diretta da Elémire ZollaLa Nuova Italia, n. 1 (1970), pp. 90–95.

condividi