Orria tra storia e leggenda.

Cilento reporter - Orria tra storie e leggende
Orria Campanile Chiesa parrocchiale 1974

A dissodare le terre di Orria ed a renderle fertili furono i monaci Basiliani tra il 725 e l’842, i quali dopo essere fuggiti dai  loro paesi di origine dell’Epiro, si rifugiarono sulle coste del Cilento, trovando, appunto, il paese di Orria come uno dei luoghi in cui edificare il loro convento e dedicarsi alla coltivazione di  grano.

Essi soggiornarono per secoli in Orria e in gran parte del Cilento , sviluppando l’industria armentizia e delle coltivazioni portate poi in ogni angolo del territorio come a Cicerale (coltivazione dei Ceci) – Prignano (estesa coltivazione di  piante di pero) - Melito (abbondanza di mele) e per l’appunto Orria ( dal latino Horea – Grano)

E difatti la leggenda vuole che un "DUX" Longobardo ritornando dal Bruzio (Calabria) nel dirigersi verso Benevento, antico Ducato Longobardo, abbia attraversato la pianura di Casal Velino e non trovando grano perché già mietuto e nascosto dalla popolazione, abbia inviato delle avanguardie alla ricerca di campi ancora da mietere.

 

Cilento reporter - Orria tra storie e leggende
Orria - Cattedrale primi '900

Esse girovagarono per alcuni giorni ed alla fine, salendo i costoni del Monte Stella, all’ altezza della antica Porcili, oggi Stella Cilento, videro di fronte ma in lontananza colli cosparsi di messi.

Le avanguardie si affrettarono a rientrare al campo per così avvisare il loro comandante che portato poi sul luogo esclamò:   

“Horrea mea video”  - Vedo i miei granai  - da questa leggenda deriva il nome di Orria.

 

Le foto, nello slideshow,  ritraggono la Chiesa Parrocchiale di S. Felice e la Cappella di S. Maria delle Grazie, edificata circa nell'anno 1000; al suo interno la particolare raffigurazione della Madonna con in braccio il Bambino ed il seno sinistro scoperto. Si potrebbe desumere che è una dei vari tipi di icona che i crociati portarono dall’Oriente.

Particolare fortuna ebbe in Occidente il tipo della Galaktotrophousa, cioè della Madonna che nutre col suo latte il Bambino, un tema diffuso dal XII a tutto il XVIII secolo. Viene rappresentata la Madonna che, appunto, talvolta in compagnia di angeli. allatta il Bambino, il quale è ritratto in modo del tutto naturalistico mentre succhia il latte, oppure è rivolto verso lo spettatore sulle ginocchia della Madre col seno scoperto.L’iconografia è risalente all’Antico Egitto, epoca in cui erano diffusissime le immagini della dea Iside intenta ad allattare il figlioHorus e il cui culto durerà ancora a lungo intrecciandosi con il Cristianesimo.

 

Le prime rappresentazioni iconografiche ufficiali della “Madonna del Latte” si ritrovano nell’Egitto ormai cristianizzato del VI o VII secolo dopo Cristo, essa è ritratta mentre allatta Gesù Bambino o in procinto di farlo. Sono immagini molto stilizzate che soprattutto alludono più che mostrare. In questi casi la composizione è una variante dell’iconografia della Madonna col Bambino. Dall’Egitto copto ebbero poi ampia diffusione presso le chiese orientali nell’arte bizantina, con nome greco di Galaktotrophousa. Da qui si diffuse poi, nei secoli seguenti, anche in Occidente. Tale tipologia di Madonne del Latte divenne molto popolare nella scuola pittorica toscana e nel Nord Europa a partire dal Trecento.

Nell’Europa occidentale con il culto si diffuse inoltre l’uso di custodire nelle chiese come reliquie ampolle contenenti il latte della Madonna (il Sacro Latte), cui si attribuivano gli effetti miracolosi di restituire il latte alle puerpere che lo avessero perso.

 

Alcune notizie sono tratte da ricerce su libri di Angelo Guzzo  e Antonio Infante


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