Cristo non è sceso ad Eboli.

O comunque sarebbe sceso molto prima o addirittura nemmeno salito su quel convoglio paragonabile ad una sauna forse molto più adatta ad un centro benessere che non ad un servizio pubblico.

Sta per arrivare l’estate è puntualmente pendolari di tutti i “ceti” (lavoratori e turisti) assaltano la diligenza di Trenitalia.

Si è proprio così, sembra proprio un assalto alla diligenza, come meglio non poteva filmare John Ford in Ombre Rosse.  Flotte di turisti, io e pendolari lavoratori a “le cinco de la tarde” di un afoso pomeriggio di giugno ci apprestiamo a salire sul convoglio, in arrivo a Salerno e destinazione Cilento luogo natio o meta delle tanto sospirate vacanze, ignari di ciò che ci  aspetta. Certo l’avvicinarsi del convoglio fa già presagire quello che tra un attimo potrebbe accadere.

Il treno arriva in stazione con disarmante puntualità, anzi è persino in leggero anticipo.

Ma le buone notizie finiscono qui.

Al suo, lento passaggio davanti ai miei occhi, pigiati sul vetro delle carrozze, corpi e bagagli arrovigliati, ma la speranza è l’ultima a morire, <<forse, spero, scenderanno, non tutti ma alcuni>>, macchè,  all’apertura delle porte l’unica cosa che esce è la calura ed i mali odori accumulatisi durante il viaggio .

Aspettano con me,  il treno,  60, forse 80 persone compreso orde di vacanzieri con bauli degni del Titanic.

Nella mischia per entrare, volano parole grosse sulle priorità: sesso, età, fede calcistica, segno zodiacale. Tutto conta.

Io penso di essere furbo, mi sposto qualche decina di metri più in là e mi infilo nella porta della carrozza che mi da la sensazione di essere meno contesa. 

Pensavo di avere il 50% di probabilità di trovare almeno un posto in piedi. Invece, è il 50% sbagliato, devo risalire la corrente con la folla di scalmanati invaligiati che mi fronteggiava furente all'assalto di ogni posto libero.

Mi infilo in un pertugio, tra sedili e borsoni rigonfi, e lascio passare l'orda. 

Comincio a notare un elemento comune nei miei prossimi compagni di viaggio. Sembrano tutti reduci da una Parigi Dakar: spossati, sudati come purosangue dopo una corsa, tutti intenti a sventolare fogli, libri, persino un IPad, qualsiasi cosa che possa muovere quell'aria, prossima alla liquefazione.


Il mio viaggio da salmone verso la sorgente si conclude solo dopo che tutti sono riusciti a trovare un posto. Arrivo in fondo al treno.

La carrozza che mi ospita, rigorosamente in piedi, è rotta ed ha una porta bloccata.

Non non ce la faccio, non resisto!

Provo a tornare sui miei passi. Mi sembrava d'aver notato un posto vuoto.

Mi diletto a scavalcare dei trolley king-size, alternati ad altri che potevano tranquillamente contenere una cucina Ikea, smontata sì, ma compresa di frigorifero e lavastoviglie.

Arranco ma avanzo.

La mia camicia nel frattempo si è appesantita di un paio di chili per il sudore. Arrivo stremato ad un posto occupato da un piccola ventiquattrore, dove però erano riusciti ad infilare una 500X rossa, con portapacchi sul tetto. I miei futuri vicini mi guardano con odio misto a disprezzo, manco fossi un appestato, un portatore di rogna ed altre innominabili malattie tropicali.

Mi siedo, provo a soffiare sotto la camicia per un minimo di refrigerio. I miei vicini mi guardano con ancora maggiore raccapriccio. Sentono che sono leggermente “incazzato” e non osano protestare. Forse la bava alla bocca li intimidisce.

Dopo dieci minuti di viaggio, in un enorme barattolo di latta infuocato, senza aria condizionata, con le finestre sigillate come in Cassandra Crossing, si avvicina il controllore. Guarda il mio biglietto, lo soppesa, ne esamina la trama, il colore, la trasparenza, infine lo annusa e ne attesta l'autenticità.

Volevo, cercavo di lamentarmi, del caldo assurdo patito e della ressa insostenibile nell’ accaparrarci un posto al  fresco, ma avendo anni alle spalle di “pendolarismo” ero conscio che si sarebbe tradotto tutto nel solito leitmotiv : “”surriscaldamento di un pezzo della carrozza  e conseguente malfunzionamento dell’aria condizionata””.  E la solfa non sarebbe cambiata se avessi avuto l’ardire di domandare: <<ma se questo convoglio ha dei problemi perché lo fate partire?>> La risposta sarebbe stata: <<i treni partono già con difetti, perché sono vecchi e desueti anche se ad essi è stato fatto un restyling  per farli apparire nuovi, ma ciò nonostante si sa che con 40 gradi all’ombra può accadere il previsto, i dirigenti Trenitalia danno l’autorizzazione a partire e anche se qualche controllore si rifiuta,  non c’è problema, trovano subito un rimpiazzo.>>

Ho preferito il silenzio!

Il non essere come al solito polemico!

Non avrebbe sortito nulla, solo un dispendio delle mie ultime energie. 

Ho preferito leggere, sfogliare e non solo sventolare il mio IPad e mi sono imbattuto nel blog di mamma in oriente dove si racconta  il viaggio sul “Circular Train di Yangon” (Birmania). Lì  esistono due tipi di convogli, quelli con aria condizionata e quelli senza con i finestrini privi di vetri per far circolare l’aria. Si tratta di treni coloratissimi con all’interno due semplici panche lungo le pareti per sedersi ed in mezzo tanto spazio per appoggiare la mercanzia.

Quanto abbiamo da imparare!

E già da qualche anno che ho smesso di fare il pendolare in treno, ora uso la macchina per gli spostamenti sul posto di lavoro , certo non mi ritengo un privilegiato, viste le pessime condizioni della viabilità Cilentana, ma almeno ho la sicurezza matematica di sedermi  e di stare al fresco, certo insieme ad altre migliaia di persone incolonnato in una qualche deviazione di questo nostro martoriato Cilento.

 

di Alessandro Giordano

 

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