Tradizione e Passione.

l momento più sentito del folklore religioso dei paesi del Cilento Antico, è certamente il rituale del Venerdì Santo, praticato in particolare dalle congrèe (confraternite) degli stessi paesi; in esso si assomma l'idea del pellegrinaggio a quella della sacra rappresentazione.

In questa occasione, le confraternite sono le protagoniste della vita dei villaggi mediante il suggestivo rito della visita agli altari della deposizione, comunemente detti subbùrcri (sepolcri). Non si tratta solo di un momento di alta religiosità popolare, ma anche di un'occasione di incontro con le comunità dei paesi limitrofi.

Il rituale non è molto antico (forse risale agli inizi del secolo scorso), ma risulta molto vicino allo spirito popolare; esso trova la sua caratteristica nell'immutabilità, ritenuta con orgoglio segno di decoro e lealtà verso la tradizione del paese. Le confraternite, infatti, rappresentano un particolare modo di sentire il paese, in quanto si considerano le depositarie della sua anima, campioni della sua dignità e custodi della tradizione. 


Elementi questi che spesso, portati all'esasperazione, sfociano nel campanilismo, che è l'espressione più tipica del modo di sentire del contadino, il quale nell'individualismo esprime il suo stesso essere. Le confraternite, che costituiscono l'unico momento di aggregazione voluta e sentita dal mondo rurale, rappresentano anche l'occasione del superamento di questo individualismo e ne esprimono l'attuazione. Sia il rigido cerimoniale, sia la coralità del rituale, come anche l'accordo dei canti, sono la testimonianza di come l'animo dell'individuo, permeato dalla tradizione, riesce ad esprimersi all'unisono con quello dei confratelli. Anche su questi presupposti spirituali potrebbe essere rifondata la società, la cultura e l'economia dei nostri paesi.

Seguire i rituali delle confraternite, o meglio ancora partecipare ad uno dei pellegrinaggi, è il modo migliore per conoscerle e capirle nella loro spiritualità, nel loro essere.

Il Venerdì Santo nel Cilento ha conservato solo questo aspetto della pietà popolare, facendo passare in secondo piano o addirittura scomparire le cosiddette Processioni dell'Agonìa, che in altre località vanno acquistando caratteri di folklore moderno, asservito agli interessi turistici. Certamente in queste ultime poco o nulla resta dell'antico spirito del rituale della Passione; mentre nelle confraternite possiamo dire che la ritualità e il sentimento religioso popolare sono rimasti intatti.

Osservare le divise, leggere le insegne, ascoltare i canti, gustare la funzione in chiesa, è quanto ci appare doveroso fare per poterne compenetrare lo spirito e comprenderne la presenza in una comunità.

La divisa, oltre al camice e cappuccio bianchi, è completata da un cingolo e da una mozzetta (corto mantello), colorati a seconda il titolo della confraternita. I colori di base sono quattro: il rosso per quelle intitolate al Corpo di Cristo o al Rosario; l'azzurro per quelle intitolate alla Madonna venerata sotto vari titoli; il marrone per quelle intitolate alla Madonna del Carmine e il nero per quelle intitolate al Monte dei Morti. Alcune varianti in questo schema si possono trovare nel caso in cui in uno stesso paese due o più confraternite, scomparse nei secoli passati, hanno lasciato ciascuna un proprio segno nella tradizione di quella che sopravvive o che è stata ripresa. E' il caso, ad esempio, di Pollica, con mozzetta nera, ma intitolata alla Madonna del Rosario; di San Mauro, rossa, ma intitolata alla Madonna delle Grazie; ecc.

Singolare, nella confraternita di Rocca Cilento, è il Turco, un confratello che apre le file e che indossa una divisa particolare: lunga tunica con cappuccio di color rosso (come il colore delle insegne), ma con mozzetta azzurra; reca un bastone sormontato da un serpente stilizzato; la sua funzione è di annunciare l'arrivo della confraternita in chiesa.

Le insegne di solito recano i colori della mozzetta e sul gonfalone, attaccato alla grande croce che nelle cerimonie apre sempre le due file de i "cunfràti", è ricamata con fili d'oro e seta grezza o semplicemente dipinta su un ovale di tela, l'effigie del titolare, la scritta dell'intestazione ed a volte anche l'anno della fondazione. Fanno eccezione le confraternita di Valle e di Ostigliano che, oltre al gonfalone nero, recano anche una croce nuda, cui sono inchiodati i simboli della Passione: la lancia con la spugna, la scala, il gallo, il sudario, il sole e la luna; simboli che sono anche magnificamente scolpiti in stucchi policromi a sommità dell'altare della confraternita di Valle nella chiesa di Santa Maria delle Valletelle. Approfittiamo qui per segnalare questo bellissimo esemplare di arte popolare, di recente restaurato con intelligenza.I componenti di alcune confraternite usano anche portare tutti un lungo bastone che un tempo, insieme al cingolo, era simbolo di umiltà e penitenza (ricordano i segni distintivi dei Penitenti del XII-XIII secolo); in altre, lo portano solo il priore, i confratelli che ricoprono cariche e i più anziani.

I canti, che accompagnano il cerimoniale fuori e dentro la chiesa, sono certamente l'elemento più caratteristico. Sono stati tramandati per generazioni ed hanno conservato in gran parte i ritmi e le cadenze antiche. In ogni confraternita presentano però delle sfumature, che è bello cogliere e gustare.

Essi seguono lo schema tipico del canto alla cilentana e ne rappresentano l'espressione più autentica. Le strofe, in genere, sono composte da quattro versi di sette / otto sillabe ognuno, ai quali si aggiunge una replica (ripresa) composta da due versi.

E' questo il caso dei canti eseguiti dalle confraternite dei paesi del versante sud-est del Monte della Stella.

Altrove si trovano anche canti composti da quattro distici endecasillabi, ai quali si aggiungono una o più riprese. Ogni strofa o distico segue lo stesso schema melodico, che presenta delle varianti a seconda la zona.

L'esecuzione è sempre polivocale, con una voce alta e due o più basse, che accordano sull'attacco di quella principale alle prime sillabe o al secondo verso.

La melodia, che appare dotata di maggiore distesa nei paesi del versante sud-est del territorio, è in genere più contratta in quelli dell'interno; cade sempre sulla sopratonica nella nota finale del verso, per acquistare maggiore distensione nell'ultima dell'ultimo verso, sempre concluso con melismi fissi e lunghi per quanto reggono le voci. Il canto di ogni verso è retto da un solo fiato, l'emissione è di testa e a voce lacerata. 


Nel canto di alcune confraternite (Valle, Sessa) la voce alta interviene ad intervalli regolari sulla melodia dei bassi, che ad un certo punto non scandiscono più le parole, ma fanno da sottofondo melodico alla voce alta. Il tono ha un timbro diverso a seconda della zona: dal pietoso delle confraternite della Chiòva (Ortodonico, Cosentini, Fornelli), al melodioso e corale di quella di Sessa, al forte e robusto di quella di Cannicchio. Belli e commoventi sono i pianti della Madonna, tradizionali o introdotti di recente, eseguiti con una sorta di retto tono, misto ad elementi di melodie locali e antiche, che sarebbe interessante selezionare e salvare. Vanno anche seguite con molto interesse le innovazioni che alcune confraternite hanno introdotto, come ad esempio quella di Ortodonico che esegue, tra l'altro, lo Stabat Mater in coro e con testo in italiano; quella di Cannicchio, un esponente della quale canta un pianto della Madonna in dialetto, caso unico in quanto i testi dei canti sono tutti in italiano; e la coraggiosa iniziativa di quella di Acciaroli, il cui priore, il prof. Gerardo Vassallo, ha voluto la presenza di numerosi cantori giovanissimi (11-15 anni) in un settore tradizionalmente monopolio degli anziani.

Reminiscenza degli antichi pellegrinaggi penitenziali, è rimasto il canto del Miserère (salmo 51), eseguito in latino da un confratello e in un tono gregoriano. Suggestivo è anche il rituale del bacio, cioè dell'adorazione che i confratelli fanno a coppia in ginocchio davanti al sepolcro. Mentre per la maggior parte delle confraternite è limitato a tre inchini (due simultanei verso l'altare e uno tra i due confratelli), per alcune (Ortodonico, Perdifumo, Sessa, ecc.) si è conservato il bàttito o disciplìna, cioè con lamelle di metallo legate a cordicelle, i confratelli si percuotono tre volte la schiena. Verosimilmente è una reminiscenza dei battenti di altre aree culturali o addirittura dei flagellanti del XIII secolo.

Eseguito un ultimo canto ed un ultimo giro (se ne fanno di solito 3, 5 o 7 a seconda del tempo disponibile, intervallati da canti), la confraternita esce dalla chiesa e percorre le vie del paese accettando l'ospitalità, un tempo boccali di vino, oggi dolciumi e bibite. Se nel tragitto incontra un'altra confraternita, un rigido cerimoniale impone il saluto dei due gonfaloni con inchini a destra, a sinistra e al centro, e l'apertura delle file per quella che entra in chiesa o è più vicina al paese ospitante.

Oltre al valore religioso e folklorico di queste manifestazioni, va considerato anche quello di incontro tra due o più comunità che raramente in altre occasioni possono convenire così numerose.

Certamente il momento più spettacolare e suggestivo, le confraternite del Cilento Antico lo hanno vissuto in occasione di due raduni, la domenica delle Palme del 1987 e del 1989 (Acciaroli e Sessa Cilento), promosso da un giornale locale, "Cronache Cilentane", ed organizzato dallo scrivente e dal giornalista Dino Baldi.

Le confraternite si sono di recente unite in una confederazione che tra gli altri scopi, oltre alla valorizzazione della pietà popolare e del patrimonio religioso, vuole stendere un ponte tra le varie comunità affinché non agiscano da sole, ma all'unisono con le altre.

 

di: Prof. Amedeo La Greca - (Centro di Promozione Culturale per il Cilento)

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