Una bara d'acciaio.

Cilento Reporter - Velella bara in fondo al mare
Sommergibile Velella 1936

I pescatori di Santa Maria di Castellabate (Sa) sanno ormai da anni che al largo di Punta Licosa, a circa 60 metri di profondità, c’è un punto dove le loro reti possono impigliarsi e sanno pure di che si tratta: di un sommergibile italiano che giace lì sul fondo dal 1943. E’ ben noto a tutti che quello scafo d’acciaio, abbastanza ben conservato, è la tomba dei 50 marinai che costituivano il suo equipaggio.

Ogni tanto qualcuno propone di recuperarlo e di dare un’onorata sepoltura a quei poveri morti, poi, dopo qualche articolo sui giornali, cade nuovamente il silenzio. Eppure proprio quest’anno, per quel pezzo della nostra storia abbandonato in fondo al mare, potrebbe essere il momento giusto per occuparsene. 

Gli avvenimenti dell'estate '43 erano stati veramente tragici per l’Italia. Il 10 luglio gli alleati erano sbarcati in Sicilia e in poco più di un mese avevano conquistato tutta l’isola passando in Calabria.

Il 25 luglio con un colpo di stato militare il Re aveva rovesciato il governo fascista e fatto arrestare Mussolini. Il generale Badoglio, nominato capo del governo, pur proclamando che la guerra continuava a fianco dell’alleato tedesco, aveva avviato segretissime trattative con inglesi e americani, che si erano concretate nella firma dell’armistizio avvenuta nel paesino siciliano di Cassibile, vicino Siracusa, il 3 settembre. Ma gli alleati non si fidavano affatto della capacità del governo Badoglio di sganciarsi dai tedeschi, che con numerose divisioni stavano contrastando, a fianco degli italiani, le armate americane e inglesi che risalivano faticosamente la penisola. Per essere più tranquilli allestirono uno sbarco in grande stile. 450 navi partite dalla Sicilia, dalla Tunisia e dall’Algeria trasportarono 250.000 uomini sulle spiagge a sud di Salerno, sperando di imbottigliare le forze tedesche che in Calabria e in Puglia fronteggiavano gli alleati. La data era stata scelta in concomitanza con la proclamazione dell’armistizio da parte del governo italiano, previsto per l’8 dello stesso mese di settembre ed approfittando della confusione che ne sarebbe seguita. Contavano che i tedeschi, vistisi abbandonati dagli italiani, si sarebbero ritirati velocemente sulle Alpi, abbandonando al loro destino le divisioni che combattevano al Sud. Così non avvenne. Al totale rapidissimo liquefarsi delle forze armate italiane corrispose un fulmineo riorganizzarsi dei tedeschi che bloccarono gli alleati a Salerno quando bastava per dare tempo alle loro unità nel Sud Italia di sganciarsi e ritirarsi ordinatamente sul fronte di Cassino. Per l’Italia la guerra non era finita, ma doveva durare altri 20 mesi con ulteriori lutti e infinite devastazioni. Lo sbarco a Salerno segnò una svolta per gli alleati, perché alla fine ebbe successo e fu il primo sul continente europeo.

Per l’Italia invece quei giorni furono dolorosissimi e l’8 settembre resta tuttora una data di tristezza e di vergogna. La vicenda del sommergibile Velella si inquadra proprio in quei momenti tragici. L’armistizio era stato già firmato da cinque giorni, ma il gruppo di cospiratori, che con alla testa il Re e Badoglio aveva trattato la resa, non prese nessuna iniziativa per prevenire le conseguenze di quel grave atto e non ne informò neppure i vertici militari.

 

Equipaggio del Velella 1937
Equipaggio del Velella 1937
Allestimento del Sommergibile
Allestimento del Sommergibile

Il 7 settembre, all’oscuro di tutto, il comando dei sommergibili (Maricomsom), nella certezza di un ormai imminente sbarco alleato, rese esecutivo il piano "Zeta", disponendo lo schieramento nel basso Tirreno di 11 battelli (tra cui il Velella) a copertura delle coste dal golfo di Gaeta a quello di Paola ed altri 9 più a sud. Alle ore 15 di quel 7 settembre il Velella, al comando del Ten.Vasc. Mariò Patanè, lasciò Napoli. Mentre si andava completando lo schieramento antisbarco dei nostri sommergibili, radio Algeri alle ore 18.38 del successivo 8 settembre annunciava l’avvenuto armistizio, costringendo poco dopo il maresciallo Badoglio, ancora tergiversante, a confermarlo da Radio Roma con un proclama che cadde come un fulmine a ciel sereno su una nazione ancora in guerra.

Alle 21.10 Maricosom diramava a tutte le unità il messaggio di cessare le ostilità, ma il Velella non poteva riceverlo. Era già immobile sul fondo da ventiquattro ore colpito dai siluri del smg britannico Shakespeare. Da allora per quei cinquanta morti, per quegli ultimi caduti di una lunga guerra, è sceso l’oblio. Mentre si consumava l’onta della resa della nostra Flotta sotto i cannoni della fortezza di Malta, nessuno ha voluto mai ricordare il sacrificio sostanzialmente inutile di quell’ultimo sommergibile. Ora, in occasione del sessantesimo dello sbarco di Salerno, gli enti locali (tutti retti dalle sinistre), Regione Campania, Comune e Provincia di Salerno vogliono celebrare la b

uona riuscita di quell’operazione militare. In sostanza applaudire, sia pure con più di un mezzo secolo di ritardo, l’arrivo sulle nostre terre di quegli eserciti stranieri, che fino a dodici ore prima avevamo combattuto. Francamente non ci sembra una buona idea. Sfilate, discorsi, convegni e mostre per ricordare lo sbarco? Decisamente non sono d’accordo. Forse sarebbe più giusto ricordare quei dolorosi avvenimenti, recuperando quel sommergibile che giace nelle acque di punta Licosa, colpito per difendere fino all’ultimo le nostre coste. L’anno scorso abbiamo speso otto miliardi per recuperare nel canale d’Otranto, ad una profondità ben più alta, un peschereccio di profughi albanesi, per fare luce sulle circostanze di un malaugurato incidente e per dare sepoltura a quei poveracci. Propongo di commemorare quegli eventi di sessant’anni fa, onorando i marinai del Velella e restituendo i loro corpi alla terra che difesero fino all’ultimo.

 

di Uccio de Santis

Presidente ISSES (Istituto Studi Storici Economici e Sociali)

 

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